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Israele, l’ascesa militare di un piccolo Stato diventato potenza globale

Dalla nascita dell’IDF all’autosufficienza tecnologica, passando per il Mossad: come Israele ha trasformato limiti geografici ed economici in forza strategica.

by Vittorio De Bellaro
27 Settembre 2025
Israeli Prime Minister Netanyahu tours USS George H.W.Bush@ANSA

Israeli Prime Minister Netanyahu tours USS George H.W.Bush@ANSA

Roma, 27 settembre 2025 – Con un territorio grande quanto la Slovenia e privo di risorse naturali rilevanti, Israele è riuscito a diventare una delle potenze militari più riconosciute al mondo. La sua storia è una continua sfida alla geografia, all’economia e alla demografia. In meno di otto decenni, lo Stato ebraico ha costruito un esercito moderno, un’industria della difesa autonoma e una rete di intelligence tra le più efficienti al mondo.

Una potenza sorprendente: il contesto di partenza

Israele si estende su appena 22.145 km² e dispone di soli 273 chilometri di costa. Non ha riserve petrolifere paragonabili a quelle dei vicini del Golfo e non figura tra i grandi produttori mondiali di gas, carbone o metalli. La sua forza, quindi, non poggia su rendite naturali ma su innovazione, organizzazione e resilienza.

Dal 1948, anno della fondazione, Israele ha dovuto affrontare guerre con Egitto, Siria, Giordania, Iraq e Libano, oltre a conflitti prolungati con organizzazioni come Hezbollah e Hamas. In questo contesto, la sopravvivenza non era un’opzione ma una necessità.

Sfatare i miti: aiuti USA e spesa militare

L’alleanza con Washington è centrale, ma non spiega da sola la forza di Israele. Gli Stati Uniti hanno fornito aiuti militari regolari – circa 3,8 miliardi di dollari l’anno secondo gli accordi decennali – ma non basta ricevere fondi per costruire un esercito solido. L’Afghanistan e il Vietnam del Sud, pur sostenuti da Washington, sono collassati.

Anche la spesa complessiva non è straordinaria: circa il 4,5% del PIL, paragonabile a quella della Corea del Sud o leggermente superiore a quella della Russia. La differenza è come Israele utilizza queste risorse: massimizzando l’efficienza, sviluppando dottrine innovative e integrando strettamente industria, esercito e ricerca.

USS George H.W.Bush@ANSA
USS George H.W.Bush@ANSA

La nascita dell’IDF: dall’improvvisazione alla coesione

Nel 1948, al momento della dichiarazione di indipendenza, le forze ebraiche erano frammentate: brigate che avevano servito con i britannici, milizie paramilitari come Haganah e Irgun, e gruppi locali. L’invasione araba immediata da parte di cinque eserciti costrinse i leader a unificare le forze sotto un comando centralizzato: nacquero le Forze di Difesa Israeliane (IDF).

Il principio fondante fu chiaro: un esercito di popolo, con coscrizione obbligatoria e addestramento diffuso. Uomini e donne, in gran parte cittadini comuni, furono trasformati in soldati. Questa scelta ha reso l’IDF un’istituzione centrale della società israeliana, capace di garantire coesione e senso di identità nazionale.

La dottrina dell’attacco preventivo

La geografia israeliana non permette profondità strategica: il Paese è largo poche decine di chilometri in alcuni punti. Difendersi passivamente sarebbe stato impossibile. Da qui nacque la dottrina degli attacchi preventivi: colpire per primi, neutralizzando la minaccia sul nascere.

La Guerra dei Sei Giorni del 1967 ne è l’esempio più famoso. L’aviazione israeliana distrusse a terra gran parte delle forze aeree egiziane e siriane, assicurando il dominio dei cieli e consentendo un’avanzata rapida. Questa strategia è rimasta un pilastro della difesa israeliana, adattata a nuovi scenari come i lanci missilistici da Gaza o le minacce provenienti dall’Iran.

A missile is launched from an Iron Dome battery@ANSA
A missile is launched from an Iron Dome battery@ANSA

L’autosufficienza tecnologica: l’industria della difesa

Un episodio cruciale accelerò lo sviluppo industriale: nel 1967 la Francia impose un embargo sulle armi, bloccando la consegna dei caccia Mirage. Israele rispose con il reverse engineering, creando il proprio aereo Nesher e poi sviluppando modelli autonomi.

Da allora l’industria della difesa israeliana è diventata una delle più avanzate al mondo:

  • Merkava: carro armato progettato e prodotto localmente, in servizio dal 1979, oggi considerato tra i più resistenti e tecnologici.

  • Armi leggere: dall’Uzi, icona degli anni ’60, al fucile Galil.

  • Missilistica e difesa aerea: dal sistema Iron Dome, capace di intercettare razzi a corto raggio, agli Arrow 3 per minacce balistiche di lungo raggio.

  • Droni e cyber: Israele è leader mondiale nei velivoli senza pilota e nelle tecnologie di guerra elettronica.

Oltre il 90% dei componenti principali è prodotto localmente, garantendo indipendenza dalle pressioni esterne.

L’integrazione con fornitori stranieri: il caso F-16

L’autosufficienza non significa isolamento. Israele ha sviluppato la capacità di adattare e migliorare sistemi stranieri. La flotta di F-16 americani, ad esempio, è stata profondamente modificata: radar, avionica, software e armi made in Israel hanno trasformato i velivoli in piattaforme uniche.

Questa combinazione di importazione e innovazione interna ha reso l’esercito israeliano non solo equipaggiato ma anche resiliente a eventuali interruzioni di forniture.

Israeli Air Force prepare for wider escalation in the north@ANSA
Israeli Air Force prepare for wider escalation in the north@ANSA

Il ruolo del Mossad: l’arma invisibile

Oltre all’IDF, Israele dispone di uno dei servizi di intelligence più efficaci del mondo. Il Mossad è noto per operazioni mirate, dal sequestro di Adolf Eichmann in Argentina nel 1960 al sabotaggio delle centrifughe nucleari iraniane con il virus Stuxnet nel 2010 (in collaborazione con gli USA).

Con un budget stimato di circa 3 miliardi di dollari, il Mossad opera in modo snello e preciso. Le sue missioni hanno un impatto sproporzionato rispetto alle risorse, risparmiando costi militari più ampi e infliggendo danni psicologici agli avversari.

Vantaggi strutturali: coesione vs frammentazione

Un punto spesso sottolineato dagli analisti è la coesione interna. In Israele, le forze armate sono un corpo unitario, integrato con la società civile e con un sistema politico che, pur diviso, riconosce la centralità della difesa.

Il contrasto con alcuni rivali è netto. In Iran, ad esempio, esercito convenzionale, Guardie Rivoluzionarie, milizie sciite esterne e intelligence operano spesso in modo scoordinato. La frammentazione riduce l’efficienza complessiva. Israele, invece, beneficia di una struttura unificata e professionale.

Economia e innovazione al servizio della difesa

La forza militare israeliana non grava solo sul bilancio pubblico ma genera valore economico. Le esportazioni di armamenti hanno superato i 12 miliardi di dollari nel 2023, con clienti in Asia, Europa e America Latina.

Le innovazioni militari alimentano anche il settore civile: tecniche di irrigazione, software di cybersecurity, droni commerciali derivano da progetti nati in ambito difensivo. Questa sinergia ha contribuito a trasformare Israele in una “Start-Up Nation”.

An Israeli female soldier watches looks on from Mount Dov army base@ANSA
An Israeli female soldier watches looks on from Mount Dov army base@ANSA

Criticità e controversie

L’ascesa israeliana non è priva di ombre. Le operazioni del Mossad e le esportazioni di armi sollevano critiche per l’uso in scenari autoritari. L’impiego dell’Iron Dome o dei droni armati è stato al centro di dibattiti alle Nazioni Unite. Inoltre, la dipendenza dal servizio militare obbligatorio solleva interrogativi sociali, soprattutto per minoranze che rivendicano un trattamento paritario.

Prospettive future

Le sfide principali riguardano l’Iran, le minacce missilistiche e cibernetiche e la stabilità interna. Israele punta su intelligenza artificiale, guerra elettronica e difesa spaziale come nuove frontiere. La cooperazione con Stati Uniti ed Europa resta cruciale, ma l’autonomia industriale rimane un principio irrinunciabile.

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