Il 31 marzo, a pochi passi dal Palestine Hotel di Baghdad, Shelly Kittleson è stata rapita. Per giorni, il silenzio e l’incertezza hanno avvolto la capitale irachena, mentre la tensione saliva e il mondo guardava con ansia. Freelance esperta del Medio Oriente, con collaborazioni in Italia e negli Stati Uniti, Kittleson è stata nelle mani di Kataib Hezbollah, la milizia sciita che ha rivendicato il rapimento. Oggi, finalmente, arriva la notizia che spezza quell’angoscia: la giornalista è stata liberata, frutto di una trattativa complessa e delicata.
Liberata la giornalista Shelly Kittleson
Il rilascio di Kittleson è il frutto di trattative difficili tra il governo iracheno, Kataib Hezbollah e con il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti. La milizia sciita, la più potente in Iraq e vicina all’Iran, ha imposto come condizione inderogabile l’allontanamento immediato della giornalista dal Paese. In cambio, ha ottenuto la scarcerazione di un numero imprecisato di suoi uomini – si parla di una cifra tra 4 e 14 – arrestati per un attacco con razzi contro una base americana nel nord Iraq, con obiettivi anche in Siria. Questa vicenda mette ancora una volta in luce quanto sia complicata la situazione politica e militare in Iraq, dove si combatte una guerra per procura tra potenze internazionali.
Il video con le confessioni sotto pressione
Subito dopo la liberazione, Sabereen News, media vicino ai gruppi filoiraniani, ha diffuso un video in cui Kittleson ammette di aver fatto spionaggio per gli Stati Uniti, in particolare contro Kataib Hezbollah e altre milizie sciite. Le immagini, probabilmente girate mentre era ancora sotto costrizione, mostrano la giornalista che accusa l’amministrazione Trump di aver messo a rischio la sicurezza degli americani in Medio Oriente. Vista la natura del filmato e le circostanze in cui è stato registrato, queste dichiarazioni vanno prese con la massima cautela, senza considerarle spontanee o affidabili.
Shelly Kittleson: una carriera sotto minaccia
Shelly Kittleson, 50 anni, vive tra Roma e il Medio Oriente ed è una giornalista con una lunga esperienza sul campo. Collabora con testate di primo piano come Foreign Policy, Politico, Al Monitor, Il Foglio e Ansa. Da tempo seguiva il conflitto nel Kurdistan iracheno, dove aveva già ricevuto minacce da Kataib Hezbollah prima del rapimento. Il Dipartimento di Stato americano era a conoscenza dei pericoli e aveva avvertito Kittleson, addirittura il giorno prima dell’agguato. Nonostante questo, la giornalista aveva deciso di restare a Baghdad, con in programma incontri importanti e un trasferimento a Erbil. Come freelance, si mantiene vendendo i suoi reportage. Il rapimento è stato ripreso in un video amatoriale che circola in rete, nel quale si vede chiaramente quando due uomini la trascinano con la forza e la portano via in auto. Questa storia è un duro richiamo sul rischio che corrono i reporter in zone di guerra e sulle insidie nascoste dietro i giochi di potere in Medio Oriente.






