Teheran, 1 febbraio 2026 – L’ufficio presidenziale dell’Iran ha reso pubblico oggi un elenco contenente i nomi di 2.986 persone uccise durante le proteste che hanno attraversato il Paese nelle ultime settimane. La lista, diffusa attraverso i media statali su ordine del presidente Masoud Pezeshkian, include nome, cognome, nome del padre e parte del codice nazionale delle vittime, ed è stata fornita dalla Polizia Scientifica dello Stato.
Proteste in Iran: il bilancio delle vittime e la posizione ufficiale
Secondo la dichiarazione ufficiale, il numero totale dei decessi ammonta a 3.117, di cui 131 restano non identificati e quindi non inclusi nell’elenco. L’ufficio presidenziale ha sottolineato che queste vittime sono “figli di questa terra” e che nessuna persona in lutto dovrebbe essere lasciata “in silenzio e indifesa”. Il presidente Pezeshkian si è definito custode morale dei diritti delle vittime, affermando che esse non rappresentano semplici numeri.
Tuttavia, le proteste, iniziate come manifestazioni contro il carovita e la crisi economica, sono state etichettate dal governo come opera di “terroristi” e “rivoltosi” legati a Stati Uniti e Israele. Fonti non ufficiali stimano che le vittime possano superare le 40.000, mentre molte salme sono state restituite alle famiglie con forti restrizioni, a volte dietro il pagamento di denaro o l’affiliazione alla milizia Basij; numerosi corpi risultano tuttora dispersi.
Contesto di repressione e tensione interna
Parallelamente alla pubblicazione della lista, le autorità iraniane hanno intensificato la repressione, con arresti mirati soprattutto verso la minoranza Bahai, accusata di aver partecipato attivamente alle rivolte. Secondo il ministero dell’Intelligence iraniano, 32 membri della comunità Bahai sono stati identificati come parte di una rete di spionaggio e vandalismo, con 12 arresti confermati.
La situazione rimane altamente tesa, con le forze di sicurezza dispiegate in massa nelle principali città, inclusa Teheran, dove sono stati segnalati scontri e spari. Il clima di instabilità si inserisce in un quadro più ampio di pressioni internazionali, con gli Stati Uniti che mantengono alta l’allerta militare e con il presidente Donald Trump che ha minacciato azioni contro il regime iraniano, mentre il presidente Pezeshkian ha messo in guardia che un attacco alla guida suprema Khamenei sarebbe interpretato come una dichiarazione di guerra totale contro il popolo iraniano.
La pubblicazione di questa lista rappresenta un gesto significativo da parte del governo iraniano, volto a mostrare trasparenza e responsabilità, ma la gravità della crisi umanitaria e politica nel Paese lascia aperti molti interrogativi sul futuro della Repubblica islamica.






