Il Medio Oriente è di nuovo sull’orlo di una grave escalation militare. Secondo media israeliani e statunitensi, un attacco americano contro l’Iran potrebbe avvenire nel giro di poche ore o di pochi giorni. Il Washington Post parla di “una decisione pericolosa”, avvertendo che Teheran avrebbe la capacità di infliggere danni significativi in risposta. La tensione si inserisce in un contesto già segnato da profonde fratture interne all’Iran, dove il regime ha represso con estrema violenza le grandi proteste di metà gennaio. Washington, tuttavia, sembra guardare oltre la crisi interna e concentrare la propria strategia soprattutto sul dossier nucleare, considerato una minaccia diretta alla sicurezza regionale.
Che cos’è l’“armada” di Trump: una flotta pronta a colpire l’Iran
Negli ultimi giorni gli Stati Uniti hanno rafforzato in modo consistente la loro presenza militare attorno all’Iran. Donald Trump ha definito questo schieramento “un’armada imponente”: un termine che, nel lessico anglosassone, indica soprattutto un vasto dispiegamento navale.
Il cuore dell’operazione è la portaerei Abraham Lincoln, attualmente nel Mar Arabico. A bordo trasporta circa settanta aerei, tra F/A-18 e F-35, in grado di colpire obiettivi in profondità sul territorio iraniano. La portaerei è scortata da tre cacciatorpediniere armate con missili Tomahawk, capaci di raggiungere bersagli a oltre 2.500 chilometri di distanza.
A questo dispositivo si aggiungono rinforzi aerei dislocati nelle basi statunitensi in Medio Oriente, oltre a sistemi di difesa antiaerea pensati per intercettare eventuali ritorsioni iraniane. Nella regione sono presenti almeno 40mila soldati americani, con basi particolarmente esposte nel Golfo, come quella di al Udeid in Qatar, già parzialmente evacuata per precauzione.
Le tre opzioni militari sul tavolo della Casa Bianca
Secondo fonti governative citate dalla stampa americana, Trump non ha ancora dato l’ordine di attacco, ma starebbe valutando tre diverse opzioni. La prima, già ipotizzata durante le proteste di gennaio, prevede attacchi mirati contro obiettivi simbolici del regime, come le sedi delle forze di sicurezza responsabili della repressione. L’obiettivo sarebbe indebolire il potere centrale e favorire nuove mobilitazioni interne.

Una seconda ipotesi, più rischiosa, riguarda incursioni mirate — anche con forze speciali — contro i siti del programma nucleare iraniano, già colpiti dai bombardamenti di giugno ma non completamente distrutti, nonostante le dichiarazioni ufficiali della Casa Bianca.
La terza opzione, sostenuta con forza da Israele, consisterebbe in un’offensiva aerea contro le capacità missilistiche e le difese antiaeree iraniane, in parte ricostruite dopo la guerra della scorsa estate.
Pressione diplomatica e rischio escalation in Iran
Lo schieramento militare serve anche come strumento di pressione politica. Washington chiede all’Iran la rinuncia totale all’arricchimento dell’uranio, la consegna delle scorte, una drastica riduzione dei missili balistici e la fine del sostegno a gruppi armati alleati come Hamas, Hezbollah e gli Houthi.
L’amministrazione Trump paragona questa strategia all’accerchiamento che portò alla caduta di Nicolás Maduro in Venezuela. Ma l’Iran appare un avversario ben più solido: il regime dispone di un apparato di sicurezza capillare e brutale, ancora pienamente operativo, come dimostrato dalla repressione delle recenti proteste. Un fattore che rende qualsiasi intervento militare non solo rischioso, ma potenzialmente destabilizzante per l’intera regione.






