Non c’è pace, nemmeno dopo il cessate il fuoco: da Gerusalemme a New York, fino allo stretto di Hormuz, le tensioni tra Israele, l’Onu e l’Iran rimangono altissime. Tra Washington e Teheran, il silenzio delle armi è più un’illusione che una realtà consolidata. Le accuse volano senza sosta, la diplomazia si incrina, e quel fragile equilibrio che tutti speravano di vedere si sgretola sotto il peso di vecchie e nuove divisioni.
Resta alta la tensione tra Iran, USA e Israele
Il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, non ha usato mezzi termini mercoledì 8 aprile. Intervistato dal Canale 11, ha detto chiaro e tondo che “nulla è ancora finito” riguardo al cessate il fuoco tra Usa e Iran. Per lui l’intesa non ha risolto le divisioni di fondo, e una riconciliazione fra Washington e Teheran resta lontana. Sa’ar ha sottolineato che le posizioni delle due parti sono ancora così distanti da non vedere un avvicinamento nel breve periodo. La vera difficoltà è trovare mediazioni concrete e stabili, soprattutto dopo i mesi di scontri e tensioni militari. L’incomprensione tra le superpotenze pesa non solo su di loro, ma anche sui loro alleati e sui principali attori regionali.
Stretto Di Hormuz: l’Iran vuole un pedaggio contestato
Teheran rivendica il diritto di far pagare un pedaggio alle navi che transitano nello stretto di Hormuz, una delle rotte più importanti per il petrolio mondiale. Ma la comunità internazionale, insieme ad esperti di diritto marittimo come Stefano Zunarelli dell’Università di Bologna, respinge questa idea. Zunarelli ricorda che il diritto al “passaggio inoffensivo” negli stretti internazionali è una regola consolidata da secoli, riconosciuta ufficialmente fin dal XVII secolo. Chiedere un pedaggio senza offrire servizi alle navi sarebbe un precedente pericoloso. Se l’Iran dovesse andare avanti, potrebbe stravolgere le norme del diritto marittimo internazionale, con effetti che si sentirebbero ben oltre il Golfo Persico. Oltre al peso economico, questo pedaggio sarebbe uno strumento di pressione politica per Teheran sul mercato energetico e sulla navigazione.
L’Iran mette condizioni per sedersi al tavolo di negoziato
Il Wall Street Journal riferisce che l’Iran ha posto un paletto per partecipare ai colloqui diplomatici previsti a Islamabad il 10 aprile: vuole un cessate il fuoco in Libano. Senza questo, potrebbe anche ritirare l’apertura dello stretto di Hormuz, aumentando il rischio di nuove tensioni e blocchi commerciali. La strategia di Teheran è chiara: usa la pressione militare e i ricatti diplomatici per ottenere vantaggi nei negoziati multilaterali sul futuro della regione.
Trump: “Solo pochi punti sul tavolo, niente chiacchiere”
Donald Trump, da New York, ha commentato la situazione sul suo social Truth, sottolineando che la trattativa con l’Iran ruota attorno a pochi punti concreti. Ha definito il cessate il fuoco “una soluzione ragionevole e facile da mettere in pratica”. Allo stesso tempo, ha attaccato duramente chi, a suo dire, diffonde “accordi e documenti falsi” fuori dai negoziati ufficiali, bollandoli come “ciarlatani”. La linea di Trump sembra chiara: negoziati riservati, pochi temi seri e controllo stretto sull’agenda diplomatica.
Un altro giorno passa senza segnali concreti di distensione. Le parole restano sulla carta, mentre i fatti confermano un clima di reciproco sospetto. Il ciclo dei negoziati internazionali resta complicato in un contesto dove potenze globali e attori regionali si trovano al centro di una crisi tutt’altro che risolta.
L’Onu lancia l’allarme: “Basta attacchi in Libano”
Dalla sede dell’Onu arriva un richiamo urgente. Il viceportavoce del segretario generale Antonio Guterres ha condannato gli attacchi israeliani in Libano, che hanno provocato la morte di civili innocenti. Le Nazioni Unite invitano tutte le parti a sfruttare l’occasione del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran per evitare nuove vittime e riportare stabilità. Il messaggio è chiaro: la guerra non deve ripartire. Ogni escalation rischierebbe di scatenare una catastrofe umanitaria in una regione già al limite. Il richiamo dell’Onu arriva in un momento in cui anche le potenze regionali sono divise tra opzioni militari e tentativi di dialogo.






