Le strade dell’Iran sono diventate il teatro di una delle più gravi crisi interne degli ultimi anni. Dopo oltre due settimane di proteste ininterrotte, la repressione delle autorità si è trasformata in un bagno di sangue, mentre dagli Stati Uniti arrivano segnali sempre più espliciti di un possibile coinvolgimento diretto. Il presidente Donald Trump ha confermato che Washington sta valutando “opzioni molto concrete” contro Teheran, aprendo uno scenario che rischia di travolgere l’intera regione.
Il bilancio delle vittime in Iran
Secondo la Fondazione per il Premio Nobel per la Pace intitolata a Narges Mohammadi, nelle ultime 48 ore sarebbero stati uccisi oltre duemila manifestanti. I dati restano difficili da verificare, ma tutte le fonti convergono su numeri drammatici. La ong statunitense Human Rights Activists News Agency (Hrana) ha comunicato che le vittime accertate sono almeno 544, con altre 579 segnalazioni ancora in fase di verifica. Tra i morti risultano 483 manifestanti, 47 membri delle forze di sicurezza e otto minorenni. Gli arresti superano quota 10.600.
Oltre ai numeri, a colpire è il racconto di ciò che accade negli ospedali: corpi ammassati, salme stipate in sacchi neri, famiglie costrette a pagare fino a 6.000 dollari per riavere i propri cari, spesso ostacolate dalle autorità persino nel riconoscimento delle vittime.
La minaccia americana e il vertice alla Casa Bianca
Donald Trump ha dichiarato che le forze armate statunitensi stanno esaminando con attenzione la situazione. A bordo dell’Air Force One, il presidente ha spiegato che l’uccisione dei manifestanti potrebbe aver superato la “linea rossa” precedentemente indicata e che la Casa Bianca prenderà una decisione dopo un incontro cruciale previsto per martedì. Al vertice parteciperanno il segretario di Stato Marco Rubio, il capo del Pentagono Pete Hegseth e il generale Dan Caine, presidente dei capi di Stato maggiore congiunti.
Secondo quanto riferito, sul tavolo ci sono nuove sanzioni, operazioni informatiche, cyber attacchi e possibili azioni militari. Il New York Times riporta che tra le ipotesi figurano anche attacchi contro obiettivi non militari a Teheran, anche se nessuna decisione definitiva sarebbe stata ancora presa.
Iran, Teheran alza il tono: “Reagiremo contro Israele e le basi Usa”
La risposta iraniana non si è fatta attendere. Il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf ha avvertito che qualsiasi azione militare americana provocherà una reazione diretta contro Israele e contro le basi statunitensi presenti nella regione, definite “obiettivi legittimi”. Una dichiarazione che lega la crisi interna iraniana a una potenziale escalation regionale.
Sedicesimo giorno di rivolta: il Paese non si ferma
Le proteste, entrate nel sedicesimo giorno consecutivo, rappresentano la mobilitazione più intensa dai tempi del movimento “Donna, vita e libertà” esploso nel 2022 dopo la morte di Mahsa “Jina” Amini. Nate inizialmente per il crollo della valuta e la grave crisi economica, le manifestazioni si sono rapidamente trasformate in una contestazione politica diretta contro il regime.
Molti manifestanti invocano il ritorno in patria di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, che dagli Stati Uniti continua a esortare la popolazione a restare nelle strade e si dice pronto a rientrare “appena possibile” per guidare una transizione politica e consentire elezioni libere e trasparenti.
La repressione e il blackout dell’informazione
La risposta delle autorità resta durissima. Il capo della polizia nazionale Sardar Radan ha ammesso che il livello dello scontro è aumentato e ha annunciato “arresti importanti”. Secondo Iran International, le forze di sicurezza hanno utilizzato gas lacrimogeni e armi ad aria compressa persino contro i familiari delle vittime durante i funerali al cimitero Behesht-e Zahra di Teheran.
Alla violenza si aggiunge il tentativo di isolamento: blackout elettrici, interruzioni di internet, comunicazioni bloccate. Nonostante questo, la mobilitazione continua. A Teheran, senza luce e connessione per oltre 72 ore, centinaia di cittadini hanno illuminato la notte con le torce dei telefoni. Alcuni video sono riusciti a circolare grazie a Starlink, ancora operativo in alcune zone.
Le città in fiamme in Iran
Disordini e scontri sono stati segnalati in numerosi centri: Isfahan, Shiraz, Tabriz, Qom, Ahvaz, Kerman, Saqqez e Mashhad, città natale della guida suprema Ali Khamenei. Qui i manifestanti hanno eretto barricate e appiccato incendi, mentre in altre aree si registrano sparatorie, edifici in fiamme e grandi folle che sfidano le forze di sicurezza.
Il fronte internazionale e la posizione di Israele
In Israele l’allerta è massima. Il premier Benjamin Netanyahu ha convocato riunioni sulla sicurezza ed espresso apertamente sostegno ai manifestanti iraniani, affermando che i due Paesi torneranno partner dopo la caduta del regime di Teheran. Le forze di difesa israeliane hanno dichiarato di essere pronte a intervenire “se necessario”.
Iran, il regime chiude al dialogo
Dopo aver inizialmente minimizzato la portata delle proteste, il regime ora ne riconosce la forza ma ne rilegge il significato, decretando tre giorni di lutto nazionale per “onorare” le vittime della cosiddetta “battaglia di resistenza nazionale”, riferendosi alle forze di sicurezza.
Il presidente Masoud Pezeshkian, che in precedenza aveva parlato di dialogo, ora accusa i manifestanti di essere “terroristi legati a potenze straniere”. Il procuratore generale ha rincarato la dose definendo chi protesta e chi li sostiene “nemici di Dio”, un reato punibile con la pena di morte.
L’Iran resta così sospeso tra una repressione sempre più feroce e una protesta che, nonostante tutto, continua a riempire le strade.






