Gaza, 20 febbraio 2026 – Un recente studio pubblicato su The Lancet ha rivelato dati drammaticamente aggiornati sulle vittime civili nella guerra a Gaza iniziata il 7 ottobre 2023. La ricerca, guidata dal professor Michael Spagat della Royal Holloway, University of London, ha ricalibrato in modo significativo il numero delle morti violente, evidenziando un bilancio di vittime molto più elevato rispetto alle cifre comunicate ufficialmente dal Ministero della Salute palestinese. Parallelamente, il contesto storico, politico e sociale di Gaza, così come le dinamiche del conflitto israelo-palestinese, sono stati oggetto di analisi approfondite da esperti come Arturo Marzano e Marcella Simoni, autori del volume “Il labirinto di Gaza”.
Le nuove stime sulle vittime del conflitto a Gaza
Lo studio intitolato “Violent and non-violent death tolls for the Gaza conflict: new primary evidence from a population-representative field survey” ha adottato un approccio innovativo e rigoroso, basato sulle interviste a 2.000 famiglie, rappresentando così la prima indagine indipendente di questa portata in un’area di conflitto attivo. Realizzata tra dicembre 2024 e gennaio 2025, la ricerca ha censito 9.729 individui presenti alla vigilia dell’inizio del conflitto e ha incluso anche i neonati successivi.
Il risultato più sconvolgente è l’indicazione di circa 75.200 morti violente direttamente collegate alla guerra, con un intervallo di confidenza al 95% compreso tra 63.600 e 86.800. Tale cifra rappresenta circa il 3,4% della popolazione pre-bellica stimata in 2,2 milioni. È una stima superiore del 34,7% rispetto al dato ufficiale del Ministero della Salute di Gaza, che nei medesimi 16 mesi aveva riportato 49.090 vittime.
La composizione demografica delle vittime mostra che donne, bambini e anziani costituiscono il 56,2% del totale delle morti violente, confermando la drammatica sofferenza della popolazione civile. Di questi, circa 22.800 erano bambini, 16.600 donne adulte e quasi 3.000 anziani. Questi dati rafforzano la definizione di “genocidio” avanzata da alcune fonti per descrivere la portata e la natura del conflitto.
Il rapporto evidenzia inoltre 16.300 morti non violente, dovute a malattie, malnutrizione e carenze sanitarie aggravate dalla guerra e dal blocco, un dato che, pur significativo, risulta inferiore alle previsioni più allarmistiche circolate in passato.
Metodologia e limiti dello studio
Il team internazionale, coordinato da Spagat e composto da esperti in economia, statistica e studi sul conflitto, ha adottato il metodo Gaza Mortality Survey (GMS), basato su interviste dirette in aree accessibili della Striscia di Gaza, quali i governatorati di Khan Younis e Deir al-Balah, e ha incluso sistematicamente popolazioni sfollate da zone inaccessibili. Il tasso di risposta eccezionalmente alto (97,2%) è stato garantito da rigorosi protocolli di sicurezza e monitoraggio GPS.
Gli autori riconoscono tuttavia alcune limitazioni: non è stato possibile raggiungere completamente alcune famiglie eliminate o aree sotto controllo militare, e si è adottato un approccio conservativo nel trattamento di circa 12.200 dispersi, considerati vivi per le stime principali.
La strategia militare israeliana a Gaza
Parallelamente agli studi sulle vittime, un’inchiesta delle testate israeliane +972 Magazine e Local Call, pubblicata a dicembre 2025, ha rivelato dettagli inquietanti sulla natura e l’intensità degli attacchi israeliani durante l’Operazione “Spade di Ferro” iniziata subito dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. L’indagine ha evidenziato come le forze israeliane abbiano ampliato in modo significativo il bombardamento di obiettivi non strettamente militari, tra cui interi isolati di edifici residenziali e infrastrutture civili, definiti “power targets”.
Le fonti anonime dell’intelligence israeliana hanno confermato che l’esercito dispone di dati precisi sul numero di civili potenzialmente uccisi prima di ogni attacco e che, in alcuni casi, sono state autorizzate azioni con centinaia di vittime civili per colpire singoli comandanti di Hamas. L’uso di sistemi basati sull’intelligenza artificiale, come il software denominato Habsora (The Gospel), ha permesso di generare automaticamente un ampio numero di obiettivi, aumentando la rapidità e la scala degli attacchi.
Questi metodi hanno portato a una perdita di vite umane senza precedenti: oltre 15.000 palestinesi sono stati uccisi nei primi mesi della guerra, con più di 300 famiglie che hanno perso dieci o più membri. Le testimonianze raccolte denunciano attacchi a case senza la presenza di miliziani, sottolineando la natura indiscriminata di molte operazioni.
Il conflitto, che ha avuto ripercussioni anche su scala regionale con episodi di tensione in Libano, Siria e Mar Rosso, rimane una ferita aperta per la comunità internazionale, che continua a chiedere indagini indipendenti e un monitoraggio rigoroso del costo umano e sociale della guerra.






