A più di sei anni dalla morte ufficiale di Jeffrey Epstein, dichiarata suicidio in una cella di Manhattan nell’agosto 2019, il suo nome è tornato a occupare le prime pagine dei social network. A riaccendere le polemiche è una nuova ondata di immagini virali, circolate dopo l’ultima pubblicazione di documenti del Dipartimento di Giustizia statunitense nel 2026, che rientrano nel cosiddetto “fascicolo Epstein”.
La foto di Epstein in Israele: cosa c’è di vero?
Le foto mostrano un uomo che passeggia per le strade di Tel Aviv: capelli lunghi, barba, occhiali scuri. Secondo migliaia di utenti su X e Reddit, la somiglianza con Epstein sarebbe “inquietante”. Da qui, l’ipotesi che alimenta la nuova teoria del complotto: Epstein non sarebbe mai morto, ma avrebbe simulato la propria fine per rifugiarsi in Israele.
A rafforzare la narrazione, secondo chi la sostiene, ci sarebbe anche un presunto account Fortnite collegato a un’email attribuita a Epstein e registrato da Israele. Nessuna prova verificata, ma abbastanza per far esplodere l’hashtag: “Epstein è vivo”.
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Vecchi legami, nuovi documenti
Il cuore della teoria ruota attorno ai rapporti tra Epstein e l’intelligence israeliana, relazioni che – secondo i sostenitori di questa ricostruzione – sarebbero documentate da materiali emersi nel 2026. In particolare, vengono citati presunti documenti di un informatore dell’FBI che descriverebbero Epstein come una figura “addestrata come spia” e collegata all’ex primo ministro israeliano Ehud Barak, con cui avrebbe avuto decine di incontri privati negli anni.
A questi elementi si aggiunge una figura chiave già nota nelle cronache: Robert Maxwell, padre di Ghislaine Maxwell. Maxwell senior è stato riconosciuto in passato come collaboratore del Mossad, un dettaglio che ha alimentato sospetti su una possibile continuità familiare nei rapporti con i servizi segreti. L’ex agente israeliano Ari Ben-Menashe ha più volte dichiarato che Epstein e Ghislaine Maxwell avrebbero gestito un sistema di ricatti sessuali per conto dell’intelligence, affermazioni mai confermate ufficialmente ma spesso rilanciate negli ambienti complottisti.
Anche alcune email attribuite a Epstein vengono rilette in questa chiave: in una, avrebbe scritto ironicamente “Chiarisci che non lavoro per il Mossad :)”. Per i sostenitori della teoria, quella battuta sarebbe una confessione mascherata; per i critici, solo un esempio di sarcasmo fuori contesto.
Il suicidio che non convince
Il punto di rottura resta la morte del 2019. Telecamere di sorveglianza non funzionanti, guardie addormentate, protocolli violati e un’autopsia contestata: elementi che, fin dall’inizio, hanno alimentato i dubbi. Il patologo Michael Baden, consulente della difesa, aveva sollevato perplessità sulle conclusioni ufficiali, parlando di fratture compatibili anche con altre dinamiche.
Da qui l’ipotesi estrema: una morte simulata, una protezione ai massimi livelli, o un’estrazione organizzata da un servizio segreto straniero. In questa narrazione, Epstein non sarebbe scomparso, ma semplicemente “trasferito”.
Se così fosse – sostengono gli utenti più radicali – la rete di potere non si sarebbe dissolta con lui. L’isola caraibica sarebbe stata solo la superficie di un sistema molto più vasto, che coinvolgerebbe miliardari, politici e apparati di intelligence internazionali.
Al momento, però, restano solo ipotesi, immagini non verificate e documenti interpretati in modo controverso. Ma una cosa è certa: il caso Epstein continua a vivere, non più nei tribunali, ma nell’immaginario collettivo, dove ogni nuovo dettaglio diventa la miccia per una teoria ancora più grande.






