L’arresto di Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi ha aperto uno scenario senza precedenti nella storia recente del Venezuela. In poche ore, Caracas è passata dalla continuità autoritaria a un equilibrio fragile e pieno di incognite. Al centro di questo passaggio improvviso c’è ora Delcy Rodríguez, la figura che la Corte Suprema venezuelana ha incaricato di esercitare, in qualità di presidente ad interim, tutte le funzioni della massima carica dello Stato per garantire “continuità amministrativa e difesa della nazione”.
La decisione non equivale però a una destituzione formale di Maduro: i giudici non lo hanno dichiarato definitivamente assente, condizione che imporrebbe elezioni entro trenta giorni. Una sottigliezza giuridica che riflette l’incertezza politica che oggi domina il Paese.
Il giorno più lungo di Caracas
La giornata di sabato 3 gennaio è stata scandita da versioni contrastanti e colpi di scena. In mattinata Delcy Rodríguez è stata tra le prime figure del regime a intervenire pubblicamente dopo il blitz americano, condannando l’operazione e chiedendo a Washington di dimostrare che Maduro fosse ancora vivo. Poche ore dopo, Donald Trump, in conferenza stampa, ha sostenuto che Rodríguez avrebbe parlato con il segretario di Stato Marco Rubio, dichiarandosi pronta a collaborare con gli Stati Uniti. Secondo Trump, la vicepresidente era già stata designata come nuova presidente.
Ma nel pomeriggio la stessa Rodríguez ha smentito apertamente questa ricostruzione, definendo Maduro “l’unico presidente legittimo” e accusando gli Stati Uniti di voler mettere le mani sulle risorse naturali venezuelane. “Il Venezuela non sarà mai la colonia di un impero”, ha dichiarato in un discorso alla nazione. Fino a quel momento i media statali continuavano a presentarla come vicepresidente. Solo in serata è arrivata la pronuncia della Corte Suprema che l’ha investita formalmente dei poteri presidenziali ad interim.
Delcy Rodríguez, una protagonista del potere chavista
Delcy Rodríguez ha 56 anni ed è una delle pochissime donne a far parte del nucleo più ristretto del potere chavista. Nata il 18 maggio 1969 a Caracas, è figlia di Jorge Antonio Rodríguez, combattente marxista e fondatore della Liga Socialista, ucciso nel 1976 durante un interrogatorio dei servizi di sicurezza venezuelani legati a governi allora filoamericani. Un trauma che lei stessa ha definito più volte come l’origine della propria “vendetta personale” trasformata in impegno politico.

Avvocata, laureata all’Universidad Central de Venezuela, con studi di Diritto del lavoro anche in Francia, Rodríguez ha costruito in poco più di un decennio una carriera rapidissima: ministra della Comunicazione tra il 2013 e il 2014, ministra degli Esteri dal 2014 al 2017, protagonista dello scontro diplomatico con il Mercosur a Buenos Aires, poi presidente dell’Assemblea Costituente filogovernativa nel 2017, organismo che rafforzò i poteri di Maduro. Nel giugno 2018 è stata nominata vicepresidente, salutata da Maduro come “una tigre” per la sua lealtà e determinazione. Nell’agosto 2024 ha ricevuto anche il delicatissimo incarico di ministra del Petrolio, settore vitale per l’economia venezuelana colpita dalle sanzioni.
La famiglia che controlla le leve dello Stato
La sua ascesa è inseparabile da quella del fratello Jorge Rodríguez, oggi presidente dell’Assemblea Nazionale e consigliere chiave di Maduro. Negli ultimi anni i due fratelli hanno occupato contemporaneamente alcune delle posizioni più potenti dell’architettura istituzionale venezuelana, consolidando un controllo familiare sulle leve del regime.
Nonostante le sanzioni imposte da Stati Uniti e Unione Europea per il ruolo nella repressione delle opposizioni, Delcy Rodríguez si è costruita un profilo che unisce rigore ideologico e pragmatismo tecnocratico. Secondo il New York Times, proprio questa combinazione avrebbe convinto l’amministrazione Trump a considerarla una figura “accettabile” per una fase di transizione.
Il canale segreto con Washington
L’indagine del New York Times racconta che già da settimane gli Stati Uniti avrebbero individuato in Rodríguez la possibile sostituta di Maduro. A pesare sarebbe stata soprattutto la sua esperienza nel settore petrolifero e la sua disponibilità a valutare concessioni alle compagnie energetiche statunitensi. In cambio, Washington sarebbe pronta a ridurre i sequestri di petroliere e, in prospettiva, ad alleggerire le sanzioni sulle esportazioni di greggio, che restano per ora in vigore.
La stessa amministrazione Trump avrebbe apprezzato alcune riforme timidamente liberali promosse da Rodríguez: privatizzazioni limitate, aperture al settore privato e misure che hanno dato un minimo respiro a un’economia allo stremo.
Perché Washington ha preferito Rodríguez a Machado?
Questa scelta ha spiazzato l’opposizione. Maria Corina Machado, leader anti-Maduro, vincitrice delle presidenziali 2024 poi manipolate dal regime e premiata lo scorso anno con il Nobel per la Pace, aveva sostenuto apertamente la campagna americana contro Maduro e l’operazione militare. Negli ultimi mesi aveva anche cercato di avvicinarsi a Trump, condividendone parte dell’ideologia conservatrice.
Eppure Trump ha dichiarato pubblicamente che per Machado sarebbe “molto difficile” governare perché priva di sostegno interno sufficiente, preferendo invece citare Rodríguez come possibile interlocutrice. Una decisione che ha cambiato gli equilibri politici del fronte anti-chavista.
Le posizioni di Rodríguez
Nonostante i segnali di apertura verso Washington, il primo discorso da leader de facto di Rodríguez è stato durissimo: accusa di invasione illegale agli Stati Uniti, difesa dell’eredità di Maduro, proclamazione di continuità rivoluzionaria. Secondo fonti americane citate dal New York Times, questa linea pubblica servirebbe soprattutto a mantenere compatto l’apparato del regime e a evitare fratture con i sostenitori più radicali, mentre le reali intenzioni della nuova guida restano oggetto di trattative riservate.
Un futuro ancora sospeso
Al momento nessuno sa davvero come gli Stati Uniti possano “controllare” il Venezuela, come Trump ha dichiarato di voler fare, né fino a che punto Rodríguez sia pronta a collaborare. La sua permanenza alla guida del Paese potrebbe essere breve: in teoria, entro tre mesi dovrebbero essere convocate nuove elezioni. Ma in un Paese che vive una delle fasi più incerte della sua storia moderna, anche il calendario istituzionale è diventato improvvisamente instabile.
Il Venezuela, oggi, è sospeso tra continuità e rottura, tra sovranità proclamata e trattative sotterranee. E al centro di questo crocevia c’è una donna che per anni è stata il volto più fedele del potere chavista, ora chiamata a governare la più pericolosa transizione della sua carriera.






