Roma, 17 febbraio 2026 – Un significativo, seppur cauto, passo avanti si è registrato a Ginevra nei colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran sul programma nucleare di Teheran. Le trattative, mediate dall’Oman, hanno portato a un’intesa preliminare sulle linee guida per un accordo finale, in un contesto ancora segnato da tensioni elevate, soprattutto a causa del dispiegamento navale statunitense nel Golfo Persico.
Progressi nei colloqui nucleari Usa-Iran a Ginevra
Nel corso di un incontro svoltosi presso l’ambasciata di Muscat a Ginevra, le delegazioni americana e iraniana, rappresentate rispettivamente dagli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner per Washington, e dal ministro iraniano Abbas Araghchi, hanno raggiunto una prima intesa sui principi guida che dovranno costituire la base di un accordo definitivo. Il mediatore omanita, il ministro Badr Al-Bbusaidi, ha definito i colloqui “costruttivi” e ha sottolineato che “c’è ancora molto lavoro da fare”, rimarcando la complessità delle trattative.
Da parte iraniana, Araghchi ha confermato che questa nuova fase di negoziato è “più costruttiva” rispetto al precedente round del 6 febbraio, auspicando che la finestra aperta possa condurre a “una soluzione negoziata e duratura”. Un funzionario statunitense ha riconosciuto i progressi compiuti, pur evidenziando che “restano molti dettagli da discutere”. L’orizzonte temporale indicato per un ulteriore sviluppo potrebbe essere di circa quindici giorni, periodo entro il quale l’Iran ha promesso di tornare con proposte dettagliate per colmare le divergenze.
Le principali divergenze riguardano il tema dell’arricchimento dell’uranio, che Teheran intende mantenere come diritto per scopi pacifici, mentre gli Stati Uniti e Israele sospettano un possibile sviluppo di un’arma nucleare. Il presidente del Parlamento iraniano, Masoud Pezeshkian, ha ribadito la disponibilità di Teheran a sottoporsi a verifiche internazionali per dimostrare l’assenza di intenti militari nel suo programma nucleare. Tra le richieste iraniane figura inoltre la revoca delle sanzioni economiche internazionali come condizione imprescindibile per qualsiasi accordo.
Contesto di alta tensione e presenza militare nel Golfo Persico
Nonostante lo spiraglio diplomatico, la tensione nella regione rimane elevata. L’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump ha mantenuto una posizione ferma, con il presidente che ha ammonito l’Iran sulle possibili “conseguenze” in caso di mancato accordo, pur riconoscendo che gli iraniani sembrano intenzionati a trovare un’intesa. Dall’altra parte, la Guida suprema Ali Khamenei ha lanciato un severo avvertimento, affermando che i Guardiani della Rivoluzione potrebbero affondare le portaerei americane dispiegate nel Golfo Persico, tra cui l’USS Lincoln già presente nella regione e l’USS Gerald Ford in arrivo.
Parallelamente, le esercitazioni navali dei Guardiani della Rivoluzione proseguono a ritmo serrato nello Stretto di Hormuz, definito dal comandante navale Alireza Tangsiri “una fortezza invincibile” sorvegliata 24 ore su 24. Alle manovre partecipano anche unità navali di Russia e Cina, con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza marittima, la cooperazione contro pirateria e terrorismo e condurre operazioni di soccorso coordinate, come ha dichiarato Nikolai Patrushev, segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa.
L’andamento dei colloqui e la situazione militare nel Golfo Persico si inseriscono in un quadro internazionale complesso, con il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti nel 2025 e la sua politica energetica e di sicurezza che continua a orientare la strategia americana verso un rafforzamento della presenza militare e un approccio rigido nei confronti di Teheran. Le prossime settimane saranno decisive per capire se l’intesa preliminare potrà trasformarsi in un accordo duraturo o se le tensioni regionali e le divergenze sul programma nucleare iraniano continueranno a ostacolare una soluzione negoziata.






