Roma, 3 febbraio 2026 – La Tari, la tassa comunale sui rifiuti, continua a rappresentare un onere economico significativo per le famiglie italiane e mostra una spiccata disomogeneità territoriale. A evidenziarlo è un recente studio della Uil (Unione Italiana del Lavoro), che denuncia come il tributo medio superi i 350 euro annui per nucleo familiare, con incrementi costanti e differenze che possono arrivare anche al raddoppio tra diverse aree del Paese.

Tari, disparità territoriali e aumento dei costi
L’analisi, condotta dal Servizio Stato Sociale, Politiche Fiscali e Previdenziali della Uil e diretta dal segretario confederale Santo Biondo, mette in luce il divario marcato tra le diverse città italiane. Nelle Città Metropolitane, ad esempio, la tassa annuale per famiglia è particolarmente elevata a Genova (518 euro), Napoli (499 euro) e Reggio Calabria (494 euro). Anche Catania, Bari e Cagliari registrano importi sopra i 400 euro. Al contrario, città come Bologna (236 euro), Milano (294 euro) e Messina (315 euro) presentano costi più contenuti.
Per il 2025, la situazione non migliora: Pisa si conferma la città con il costo più alto della Tari, con una media di 650 euro per nucleo familiare, seguita da Brindisi (529 euro), Pistoia (524 euro) e Trapani (521 euro). Nel versante opposto, La Spezia risulta la località più economica con 180 euro annui, seguita da Novara e Belluno (204 euro), Fermo (205 euro) e Brescia (208 euro).
Inefficienze nel sistema e impatto sulle famiglie
Secondo la Uil, l’attuale configurazione della tassa è diventata un prelievo crescente e ingiusto, che si allontana dal principio di equità fiscale e dalla correlazione con la qualità del servizio offerto. “Le forti differenze tariffarie tra territori derivano da scelte politiche errate e da un sistema frammentato di gestione dei rifiuti,” spiega Biondo. Una delle cause principali è la carenza cronica di impianti di trattamento e riciclo, soprattutto nel Mezzogiorno, che obbliga molti Comuni a smaltire i rifiuti fuori dal proprio territorio, generando costi aggiuntivi che ricadono sulle bollette di famiglie e imprese.
L’Unione Italiana del Lavoro sottolinea inoltre come il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) avrebbe potuto rappresentare un’opportunità per risolvere queste criticità, ma il suo avanzamento è giudicato ancora “disomogeneo e preoccupantemente lento”. Senza un potenziamento degli investimenti in impianti, mezzi e personale, nessuna riforma tariffaria potrà incidere realmente sulla riduzione della Tari.
Il segretario confederale evidenzia anche i rischi legati all’introduzione della Tarip (tariffazione puntuale basata sul principio “chi inquina paga”), che potrebbe tradursi in un ulteriore aggravio per i cittadini se non accompagnata da una riorganizzazione efficace del servizio. “La tariffazione puntuale non deve diventare un alibi per scaricare sui cittadini le inefficienze strutturali,” afferma Biondo.
Il quadro sindacale e le sfide future
La Uil, sindacato storico della tradizione socialdemocratica italiana, continua a porre attenzione alle politiche fiscali e sociali che impattano sulle famiglie e sui lavoratori, sottolineando la necessità di interventi strutturali e coordinati a livello nazionale. Santo Biondo, segretario confederale con responsabilità su politiche di cittadinanza, welfare e Mezzogiorno, è tra i principali portavoce delle istanze che chiedono un rilancio delle infrastrutture di gestione rifiuti e una maggiore equità nella contribuzione fiscale.
Il dibattito sulla Tari si inserisce in un contesto più ampio di criticità nei servizi pubblici locali, dove l’aumento dei costi e la qualità del servizio sono temi da tempo al centro delle rivendicazioni di enti locali, sindacati e associazioni dei consumatori. La Uil insiste sulla necessità che le amministrazioni comunali e il Governo adottino misure efficaci per garantire un sistema di gestione dei rifiuti equo, efficiente e sostenibile per cittadini e imprese.






