Roma, 8 marzo 2026 – Il prezzo del petrolio si avvicina nuovamente alla soglia psicologica dei 100 dollari al barile, dopo un incremento di circa il 30% registrato nella scorsa settimana, con un picco a quota 90 dollari. A spingere questa impennata sono le tensioni e i conflitti in corso nella regione del Medio Oriente, in particolare la guerra innescata dall’escalation con l’Iran. Gli operatori di mercato temono che il conflitto possa protrarsi a lungo, alimentando così ulteriori pressioni rialziste sul prezzo dell’oro nero.
Le dinamiche del mercato del petrolio
Secondo analisti e trader, il fattore cruciale sarà la durata della crisi bellica. Tuttavia, dagli Stati Uniti arrivano segnali cautamente rassicuranti. Il Segretario dell’Energia Chris Wright, in carica dal febbraio 2025 nella seconda amministrazione Trump, ha assicurato che lo Stretto di Hormuz, via principale per il transito del petrolio mediorientale, riaprirà “presto”. Wright ha inoltre sottolineato che “al mondo non mancano petrolio e gas”, mitigando così le preoccupazioni di una carenza globale innescata dal blocco delle esportazioni iraniane.
Nonostante queste rassicurazioni, Wright ha avvertito che la Cina sta affrontando una perdita significativa nei propri approvvigionamenti energetici. Infatti, secondo dati di Kpler, l’Iran insieme a Venezuela e Russia costituiscono circa il 40% del petrolio importato dalla Cina, un dato influenzato dalle sanzioni e da pratiche di aggiramento delle stesse. La dipendenza cinese dal Golfo Persico, da cui proviene circa il 50% del suo petrolio, è condivisa anche da altre economie asiatiche come il Giappone e la Corea del Sud, che stanno valutando misure di controllo sui prezzi per fronteggiare la riduzione delle forniture.
Le limitazioni dell’export e le strategie delle potenze regionali
Gli esperti ritengono che gli sforzi dell’Arabia Saudita per compensare il blocco dello Stretto di Hormuz attraverso il terminal di Yanbu sul Mar Rosso siano insufficienti. La capacità degli oleodotti esistenti nella regione, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, può gestire al massimo 4 milioni di barili al giorno, contro i 20 milioni che normalmente transitano per Hormuz. Di conseguenza, Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti hanno già ridotto o sospeso la loro produzione per adeguarsi alla situazione di crisi.
Nonostante la compagnia saudita Aramco abbia beneficiato del rialzo dei prezzi con un aumento delle proprie azioni alla Borsa di Riad, anche i suoi impianti hanno subito attacchi da parte di droni iraniani, complicando ulteriormente la situazione. Nel frattempo, rimangono dubbi sulla proposta avanzata dall’ex presidente Trump di scortare le petroliere con convogli militari per garantire la sicurezza nel Golfo, soprattutto per le difficoltà legate alle coperture assicurative delle navi.
Un ulteriore elemento di tensione è rappresentato dalla distruzione in corso delle infrastrutture petrolifere iraniane e da un possibile piano statunitense per occupare con una forza terrestre l’isola di Kharg, strategico punto di passaggio del 90% delle esportazioni di petrolio di Teheran. Goldman Sachs stima che l’Iran produca circa 3,5 milioni di barili al giorno più 0,8 milioni di condensato, pari al 4% della produzione mondiale, metà dei quali destinati all’export.
Secondo un rapporto di Bloomberg Economics, redatto da Ziad Daoud, “né l’Iran né Stati Uniti e Israele mostrano segnali di distensione” e il prezzo attuale di 93 dollari al barile “non riflette pienamente i rischi in corso”. Per questo motivo, il prezzo del petrolio potrebbe salire fino a 108 dollari al barile, dato che le misure attuate finora per limitare i danni sembrano “non convincenti”.
La situazione rimane quindi estremamente fluida, con forti implicazioni geopolitiche ed economiche per il mercato globale dell’energia.






