Il mondo è sull’orlo dell’austerity. Le navi si incrociano lente nello Stretto di Hormuz, un corridoio strategico che ospita quasi un terzo del petrolio mondiale. Da qui passa l’energia che muove l’economia globale, eppure oggi quella rotta è più fragile che mai. La tensione è palpabile, e governi in Asia e Africa stanno già mettendo in campo blocchi e restrizioni, misure che riportano alla mente il caos del 1973. Non è solo un problema locale: l’Europa tiene il fiato sospeso, pronta a rispondere con decisione se la crisi dovesse aggravarsi. In gioco c’è molto più del prezzo del carburante: c’è il rischio di un’austerity globale che potrebbe cambiare il volto del mercato energetico per mesi, forse anni.
Austerity: la situazione nel mondo
In Asia e Africa, molte economie da settimane hanno iniziato a stringere la cinghia per evitare la crisi dell’austerity totale. L’Egitto ha ridotto al minimo l’illuminazione pubblica e ha anticipato la chiusura di bar e ristoranti alle 21 per risparmiare energia. Non è solo una questione di orari: il governo ha fermato per due mesi alcuni grandi cantieri pubblici, per abbattere ulteriormente i consumi. Lo Zambia invece sta affrontando una grave emergenza sul cherosene, carburante chiave per l’aviazione, il cui prezzo è schizzato oltre il 50% in poche settimane, spingendo il paese a dichiarare lo stato di emergenza.
In Asia le misure non sono meno severe. La dipendenza dal petrolio del Golfo Persico espone i Paesi a rischi importanti. In Corea del Sud si limita l’uso delle auto aziendali dei dipendenti pubblici per tagliare il consumo di carburante. Le Filippine hanno dichiarato lo stato di emergenza nazionale e ridotto la settimana lavorativa a quattro giorni per risparmiare energia. A Yangon, in Myanmar, si sono introdotte targhe alterne per le auto private, limitando così gli spostamenti e il consumo di carburante.
Il Bangladesh ha adottato restrizioni ancora più dure: negozi e centri commerciali chiudono prima, la spesa per carburante ed energia negli uffici pubblici cala del 30% e sono stati annullati i corsi di formazione del personale. Stop anche all’acquisto di nuovi veicoli, navi e aerei. Ai dipendenti pubblici viene chiesto di spegnere le luci inutili e di limitare l’uso dei condizionatori. L’Indonesia ha imposto il lavoro da casa obbligatorio il venerdì e limita l’acquisto di carburante privato a 50 litri al giorno. I viaggi ufficiali, soprattutto quelli internazionali, sono quasi azzerati.
In Malesia si sta invece studiando un nuovo piano per il lavoro da remoto: chi vive a più di otto chilometri dall’ufficio potrà lavorare fino a tre giorni a settimana da casa, a partire da metà aprile, con particolare attenzione a Kuala Lumpur e ai centri amministrativi principali.
Europa in allerta: possibili contromisure dietro l’angolo
In Europa la situazione è sotto la lente di governi e istituzioni comunitarie. Dan Jørgensen, commissario europeo per l’Energia, ha detto al Financial Times che l’Unione si sta preparando a una crisi energetica “che potrebbe durare a lungo”. Non si parla ancora di una vera emergenza nell’approvvigionamento, ma la prospettiva nei mesi a venire è preoccupante, vista l’instabilità nel Golfo e il rischio di chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale.
Bruxelles sta valutando tutte le opzioni per affrontare uno scenario che potrebbe essere più grave della crisi del 2022, legata alla guerra in Ucraina. Tra le possibili mosse ci sono il razionamento dei carburanti e un uso più intenso delle riserve strategiche. Per ora Jørgensen mantiene un atteggiamento prudente: non è ancora il momento di limitare l’accesso a prodotti come diesel o carburante per aerei, ma “siamo pronti al peggio”.
Per spingere cittadini e imprese a consumare meno, l’Ue invita a seguire le raccomandazioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia : lavorare da casa quando si può, ridurre la velocità in autostrada di 10 km/h, usare di più il car sharing. Alcuni Paesi hanno già preso misure concrete: la Slovenia limita l’acquisto di carburante a 50 litri al giorno per i privati e a 200 per le aziende.
Questa situazione di austerità nasce dall’instabilità causata dalle tensioni in Iran e dagli attacchi nella regione, che mettono in crisi un polo industriale e commerciale globale stretto tra prezzi alle stelle e forniture incerte. Nei prossimi mesi la domanda e l’offerta si sfideranno duramente, e solo una gestione accorta, con meno sprechi, potrà evitare un collasso energetico diffuso. Le misure adottate e quelle allo studio raccontano di un mondo che si prepara a una prova difficile, fatta di sacrifici e scelte che non saranno facili da accettare per cittadini e imprese.






