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Home Economia

I Dazi di Trump, spaventano l’Italia: tariffe record dopo la Germania, Pil a rischio

by Redazione
11 Luglio 2025
Un primo piano di Donald Trump

Un primo piano di Donald Trump | EPA/KEN CEDENO / POOL - Alanews.it

Roma, 11 luglio 2025 – Nel contesto della delicata situazione commerciale internazionale, si riaffacciano con forza le tensioni legate ai dazi doganali imposti dagli Stati Uniti di Donald Trump. Queste misure protezionistiche, seppur temporaneamente mitigate da una tregua, continuano a influenzare significativamente l’export italiano, con implicazioni economiche di rilievo per il Paese e per l’intera Unione Europea.

L’impatto dei dazi Trump sull’economia italiana

L’analisi più recente dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) evidenzia come i dazi imposti da Trump sulle importazioni provenienti dall’Europa, e in particolare dall’Italia, abbiano un impatto differenziato in base ai settori merceologici coinvolti. Il dazio medio statunitense applicato all‘Italia è attualmente del 10%. Tuttavia, in alcuni comparti come l’alluminio e l’acciaio la tariffa raggiunge il 50%, mentre sui veicoli è del 25%. Queste tariffe provocano un rallentamento della crescita economica europea stimato dallo 0,1% fino a un possibile 0,7% nel caso in cui i dazi salissero al 50%. Solo alla Germania è andata peggio dell’Italia, con un dazio medio dell’11%, seguita dall’Italia con l’8%, mentre la Francia si attesta al 6,4%.

L’economia italiana, profondamente legata all‘export, subisce quindi un contraccolpo molto serio. Gli Stati Uniti rappresentano il terzo mercato di esportazione per l’Italia, con un valore di circa 64,8 miliardi di euro nel 2024. I principali settori coinvolti sono i macchinari industriali (38% dell’export), prodotti chimici e derivati (20%), manufatti finiti (19%) e semilavorati (9%). Particolarmente esposto è anche il comparto agroalimentare. Questo incide per l’11% con prodotti tipici come vini, formaggi DOP e IGP, bevande e prodotti caseari. Essi trovano negli USA un mercato chiave, soprattutto nel segmento delle bevande alcoliche, dove la quota di esportazione italiana raggiunge il 25%.

Settori maggiormente a rischio e conseguenze per il Made in Italy

I dazi USA hanno fatto emergere criticità significative in settori chiave del Made in Italy. L’industria automobilistica, ad esempio, è fortemente penalizzata dall’imposta del 25% sui veicoli importati negli Stati Uniti. Questo costringe aziende come Stellantis a sospendere la produzione in alcuni stabilimenti nordamericani per mitigare i costi. Anche la moda italiana, fiore all’occhiello dell’export, teme ripercussioni a causa dell’aumento dei costi lungo la filiera produttiva e distributiva.

Uno dei settori più colpiti è senz’altro quello vitivinicolo. Il dazio del 20% sulle esportazioni di vino italiano verso gli USA (circa 2 miliardi di euro) rischia di penalizzare soprattutto la fascia popolare. Queste infatti costituiscono l’80% delle vendite statunitensi. Federvini ha stimato una perdita annua di circa 323 milioni di euro. Oltre 364 milioni di bottiglie sono a rischio, fenomeno che potrebbe favorire la diffusione dell’Italian Sounding, ossia prodotti non autentici spacciati per italiani.

Nel comparto caseario, prodotti di punta come il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano vedono un incremento dei dazi rispettivamente dal 15% al 35% e dal 15% al 35-40%. Nonostante l’alto valore aggiunto di questi prodotti e la distinzione netta rispetto ai formaggi americani, l’aumento delle tariffe si traduce inevitabilmente in prezzi più alti per i consumatori statunitensi e potenziali perdite di quote di mercato per i produttori italiani.

Le dinamiche geopolitiche e le prospettive di negoziazione

L’imposizione dei dazi è parte di una strategia più ampia di riequilibrio commerciale voluta da Donald Trump, che punta a contrastare quella che definisce un trattamento “ingiusto” riservato dagli USA dall’Unione Europea. Tuttavia, le misure adottate rischiano di innescare una spirale protezionistica con effetti negativi su entrambe le sponde dell’Atlantico.

L’Unione Europea, infatti, ha competenza esclusiva in materia doganale e agisce a livello comunitario per negoziare con gli Stati Uniti, impedendo accordi bilaterali tra singoli Stati membri e Washington. La pausa di 90 giorni annunciata nel 2024 ha aperto uno spiraglio per le trattative, con l’Italia che, grazie al suo ruolo di secondo esportatore europeo verso gli USA e ai buoni rapporti con la Casa Bianca, potrebbe giocare un ruolo da mediatore tra Bruxelles e Washington.

La recente visita della presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Washington e il dialogo con le istituzioni europee sono segnali di un impegno diplomatico volto a evitare un’escalation dannosa per l’economia italiana ed europea. Il negoziato richiederà compromessi, tra cui un maggiore impegno europeo in ambito difensivo, ma potrebbe prevenire una crisi commerciale. Questa metterebbe a rischio non solo i rapporti economici, ma anche la stabilità politica e strategica transatlantica.

Nonostante gli effetti negativi dei dazi, la crescita italiana potrebbe contenere il danno. A maggior ragione, se si riuscirà a diversificare i mercati di esportazione e a rafforzare la domanda interna. Tuttavia, la situazione resta fragile e richiede un attento monitoraggio e una strategia commerciale e politica coordinata a livello europeo.

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