Roma, 8 gennaio 2026 – Pensione, in Italia il panorama continua a evolversi, con nuove disposizioni che incidono in modo significativo sulle modalità di uscita dal mondo del lavoro e sull’importo degli assegni pensionistici. Nel 2026, infatti, si registra una stretta sulle uscite anticipate, con l’obiettivo di rendere più sostenibile il sistema previdenziale pubblico e di fronteggiare le sfide demografiche e finanziarie. Tra le novità di rilievo, emerge un fenomeno paradossale: lavorare più a lungo può talvolta tradursi in un assegno pensionistico più basso, soprattutto quando gli ultimi anni di carriera sono caratterizzati da redditi inferiori rispetto al passato.
La stretta sulle uscite anticipate e il paradosso della pensione più bassa
Le riforme pensionistiche degli ultimi anni hanno progressivamente irrigidito i requisiti per accedere alla pensione anticipata, spingendo molti lavoratori a prolungare l’attività lavorativa oltre la maturazione del diritto a percepire l’assegno. Tuttavia, questo prolungamento può avere risvolti inattesi. Se negli ultimi anni di lavoro il reddito è diminuito a causa di contratti part-time, mansioni meno remunerate o periodi di lavoro discontinuo, l’importo della pensione calcolata con il metodo retributivo o misto può subire una riduzione. Questo perché il calcolo della pensione, in questi casi, si basa sulla media delle retribuzioni degli ultimi anni di lavoro, e un calo salariale in questa fase incide negativamente sull’ammontare finale.
Questo effetto paradossale rischia di penalizzare chi, seppur ancora in attività dopo aver raggiunto i requisiti pensionistici, si ritrova con un assegno inferiore rispetto a chi è andato in pensione prima. Per contrastare questa situazione, è possibile ricorrere a un istituto giuridico noto come neutralizzazione dei contributi.

Pensione, neutralizzazione dei contributi: come funziona e a chi spetta
La neutralizzazione dei contributi è un meccanismo riconosciuto dalla giurisprudenza e confermato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 82 del 2017, e recentemente esteso dalla Corte di Cassazione nel 2024 anche ai pensionati anticipati che abbiano raggiunto l’età della pensione di vecchiaia (attualmente 67 anni). Questo strumento consente, a determinate condizioni, di chiedere all’INPS il ricalcolo della pensione escludendo dal computo alcuni contributi versati negli ultimi anni di lavoro, se risultano penalizzanti per l’importo dell’assegno.
Il principio sottostante è quello di evitare che periodi lavorativi successivi alla maturazione del diritto pensionistico, caratterizzati da redditi più bassi, abbiano un effetto negativo sull’entità della pensione. La neutralizzazione si applica esclusivamente alle pensioni calcolate, anche parzialmente, con il metodo retributivo o misto, mentre è esclusa per le pensioni calcolate interamente con il metodo contributivo, dove il calcolo si basa sul montante complessivo dei contributi versati e sull’età di accesso alla pensione.
Importante è la tempistica: la richiesta di neutralizzazione può essere avanzata solo dopo aver compiuto 67 anni, per i pensionati anticipati, e riguarda esclusivamente i contributi versati negli ultimi cinque anni di carriera. Contributi più lontani nel tempo, anche se associati a retribuzioni più basse, non possono essere esclusi dal calcolo.
La domanda di ricostituzione della pensione deve essere presentata all’INPS con una precisa indicazione dei periodi per i quali si richiede l’esclusione e deve essere corredata da documenti attestanti il calo retributivo. Qualora la richiesta venga accolta, il ricalcolo produce effetti retroattivi, con un aumento stabile dell’assegno pensionistico, eliminando così l’effetto distorsivo degli ultimi anni di carriera.
Aspetti normativi e esclusioni rilevanti
Tra gli aspetti meno noti, vi è la gestione automatica da parte dell’INPS dei contributi figurativi legati ai periodi di disoccupazione coperti da Naspi, che non incidono sulla media retributiva e quindi non necessitano di specifiche richieste di neutralizzazione. Al contrario, le riduzioni di reddito derivanti da contratti part-time o da lavori meno remunerativi rientrano nella casistica che può beneficiare della neutralizzazione, ma solo su domanda dell’interessato.
Sono esclusi dalla possibilità di neutralizzazione:
- I pensionati con trattamento calcolato interamente con il metodo contributivo;
- Coloro che necessitano di tutti i contributi per raggiungere il diritto alla pensione;
- Chi richiede l’esclusione di periodi non collocati negli ultimi cinque anni di lavoro.
Il principio giuridico è chiaro: non si possono escludere contributi essenziali per il diritto alla pensione, ma solo quelli che, una volta maturata la pensione di vecchiaia, risultano superflui e penalizzanti.
Il sistema pensionistico pubblico in Italia: quadro aggiornato
Il sistema previdenziale italiano, gestito principalmente dall’INPS, si basa su un modello a ripartizione, finanziato attraverso i contributi obbligatori versati dai lavoratori e dai datori di lavoro, integrati da trasferimenti fiscali per garantire la sostenibilità finanziaria. La pensione rappresenta una rendita vitalizia concessa a tutela del rischio di longevità, invalidità o altre condizioni di bisogno, secondo quanto previsto dall’art. 38 della Costituzione italiana.
Nel corso degli anni, l’assetto normativo ha introdotto diverse tipologie: pensione di vecchiaia, pensione di anzianità, pensione di reversibilità, oltre a specifiche forme come la pensione di guerra e indennità di invalidità. L’accesso alle prestazioni è regolato da requisiti minimi di età e contributi, con l’età pensionabile attuale fissata a 67 anni per la pensione di vecchiaia e 42 anni e 6 mesi di contributi per la pensione anticipata.
La Corte costituzionale, organo di garanzia della conformità delle leggi alla Costituzione, continua a svolgere un ruolo centrale nell’interpretazione e nell’applicazione delle norme pensionistiche, assicurando il rispetto dei principi di equità e sostenibilità del sistema previdenziale.





