Roma, 1 febbraio 2026 – Nel panorama finanziario globale, il Bitcoin e le altre criptovalute continuano a suscitare reazioni contrastanti tra gli investitori, evidenziando un cambiamento di percezione che le vede passare da simboli di innovazione e “oro digitale” a potenziali fonti di rischio. Questo fenomeno si è intensificato dopo la recente nomina di Warsh alla Federal Reserve, evento che ha influito negativamente sul valore delle monete virtuali, in particolare del Bitcoin.
La crisi di fiducia nelle criptovalute dopo la nomina di Warsh
Durante l’estate scorsa, il Bitcoin ha raggiunto livelli record, superando i 120.000 dollari, alimentato anche dalle politiche favorevoli promosse dal presidente statunitense Donald Trump. Tuttavia, nel corso degli ultimi mesi, la criptovaluta più nota al mondo ha subito un progressivo calo, precipitando nel fine settimana sotto gli 80.000 dollari. Parallelamente, altre valute digitali come Ether e Solana hanno registrato perdite significative, rispettivamente oltre il 10% e l’11% in una sola giornata di contrattazioni.
Il rafforzamento del dollaro, seguito all’insediamento di Warsh alla guida della Fed, ha accentuato la pressione ribassista sulle criptovalute. Contrariamente a quanto accaduto in passato, quando un dollaro debole tendeva a sostenere i valori digitali, questa volta l’apprezzamento del biglietto verde ha contribuito a far scendere ulteriormente i prezzi. Inoltre, il Bitcoin non ha mostrato alcuna correlazione positiva con il rally dell’oro, che ha raggiunto nuovi massimi storici, né ha attirato flussi di investimento durante la recente inversione di tendenza dei metalli preziosi.
Le influenze politiche e l’effetto Trump sulle criptovalute
Il periodo di crescita del Bitcoin è coinciso con le iniziative di Donald Trump, attualmente 47º presidente degli Stati Uniti, che ha promosso un approccio regolatorio più aperto nei confronti delle criptovalute, inclusa la nomina di enti regolatori favorevoli e la sospensione di azioni coercitive contro le società del settore. Nonostante ciò, le tensioni politiche generate dal presidente, come le controversie sulle politiche commerciali e le relazioni internazionali con paesi come Iran e Venezuela, hanno spinto gli investitori a preferire beni rifugio tradizionali come oro e argento.
Secondo Pramol Dhawan, amministratore delegato di Pimco, la narrativa che vedeva il Bitcoin come “oro digitale” si è ormai dissolta, e il recente calo dei prezzi dimostra che “non c’è alcuna rivoluzione monetaria”. L’associazione del Bitcoin con l’amministrazione Trump ha inoltre alimentato un certo scetticismo e snobismo tra gli investitori istituzionali, che ora considerano le criptovalute un asset più rischioso rispetto al passato.
Richard Hodges, fondatore del Ferro BTC Volatility Fund, ha sintetizzato la situazione affermando che il Bitcoin “è come una notizia di tre anni fa, non di oggi”, prevedendo che nuovi massimi non si raggiungeranno prima di almeno 1.000 giorni.
Il percorso delle criptovalute resta dunque incerto, con un mercato che si trova a fare i conti con una volatilità accentuata e una revisione delle aspettative da parte degli investitori, in un contesto segnato da importanti cambiamenti politici e regolatori a livello globale.

