L’ombra del suprematismo nero torna a allungarsi sull’Italia, partendo dal cuore dell’Emilia-Romagna. Al centro di una complessa operazione della Procura di Bologna si staglia la Werwolf Division, un’organizzazione neonazista e negazionista smantellata grazie a un’indagine della Digos che ha portato all’arresto di 12 persone, con un totale di 25 indagati.
Tra i profili più inquietanti emersi dalle carte dell’inchiesta spicca quello di un giovane che stava programmando una strage a scuola, a testimonianza di una radicalizzazione violenta che non risparmia le nuove generazioni. Il gruppo non si limitava alla propaganda virtuale: l’accusa parla di associazione con finalità di terrorismo, istigazione alla discriminazione razziale e detenzione illegale di armi. L’obiettivo dichiarato era il sovvertimento dell’ordine democratico per instaurare uno “Stato etico” basato sulla superiorità della razza ariana.
Il network dell’odio: dalle chat Telegram all’Ordine di Hagal
La struttura della Werwolf Division poggiava su un’architettura digitale solida, capace di reclutare “uomini e donne pronti alla rivoluzione” attraverso canali Telegram dai nomi inequivocabili come “Werwolf Division discussioni” e “Movimento Nuova Alba”. Quest’ultimo, in particolare, fungeva da hub logistico per l’organizzazione di incontri fisici nel bolognese, con lo scopo dichiarato di addestrare veri e propri “guerrieri”.
L’inchiesta ha svelato legami profondi con altre realtà dell’estremismo radicale, come l’associazione “Ordine di Hagal”, già disarticolata a Napoli nel 2022. I membri della divisione bolognese attingevano a piene mani dal complottismo più estremo: dai deliri No Vax scovati nel dark web al negazionismo dell’Olocausto, spacciato per “falso storico” attraverso la citazione di autori revisionisti americani e francesi. Sui loro profili social campeggiavano immagini della X Mas, teschi e citazioni di Adolf Hitler e Heinrich Himmler, il capo delle SS da cui il gruppo ha mutuato il nome (ispirandosi ai reparti di guerriglia nazisti della Seconda Guerra Mondiale).
Il mirino sulle istituzioni: i sopralluoghi e il piano contro la Premier
Ciò che ha allarmato maggiormente gli inquirenti è la concretezza dei propositi violenti. Nelle chat del 2023, gli esponenti della Werwolf Division discutevano apertamente di colpire alte cariche dello Stato. Nel mirino era finita la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, definita sprezzantemente come una “fascista che perseguita i fascisti”. Dalle intercettazioni sono emersi dettagli agghiaccianti su presunti sopralluoghi effettuati tra Palazzo Chigi e Montecitorio per studiare le traiettorie di tiro: “C’è un albergo davanti al Parlamento, da lì puoi sparare dall’alto”, suggeriva uno degli indagati.
Il progetto eversivo, secondo il GIP Nadia Buttelli, era tutt’altro che teorico. In una conversazione, un membro dell’organizzazione chiedeva esplicitamente: “Trovami un cecchino e attueremo il tuo piano”. Un altro indagato sosteneva di aver già “allenato” cinque potenziali guerriglieri pronti a fare fuoco sulla premier. Anche se la polizia non ha trovato traccia fisica di questa piccola milizia armata, la determinazione mostrata nelle conversazioni e la ricerca ossessiva di armi hanno delineato un quadro di pericolosità sociale elevatissima.
L’eredità dei Nar e il culto della violenza “mai pentita”
L’ideologia della Werwolf Division affonda le radici nel terrorismo nero degli anni di piombo. Il modello di riferimento assoluto erano i NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari), la formazione di estrema destra che insanguinò l’Italia tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80. I membri del gruppo bolognese esaltavano figure come Vincenzo Vinciguerra e Pierluigi Concutelli, assassini pluricondannati celebrati per non essersi “mai pentiti”.
Secondo gli indagati, se i NAR erano riusciti a mettere in crisi lo Stato, allora anche la loro cellula avrebbe potuto “rischiare tutto” per rovesciare il Governo. Questa fascinazione per la lotta armata si traduceva in attività pratiche: allenamenti al poligono di tiro, foto con armi in pugno e una costante ricerca di siti web d’ispirazione radicale come “Aristocrazia fascista” e “Ardire”. Un mix esplosivo di nostalgia per il Ventennio, esaltazione delle SS e operatività paramilitare che la Procura di Bologna, con questa indagine ormai alle battute finali, punta a sradicare definitivamente prima che i propositi di strage potessero trasformarsi in tragica realtà.






