La madre di Saman Abbas, la giovane pachistana uccisa nel 2021 a Novellara per essersi opposta a un matrimonio combinato, è stata formalmente rinviata a giudizio con l’accusa di tentata costrizione al matrimonio. La notizia, anticipata dal “Resto del Carlino”, segna un nuovo capitolo in un caso che ha scosso profondamente l’opinione pubblica e la giustizia italiana.
La madre di Saman Abbas verso il processo
Il procedimento penale che coinvolge Nazia Shaheen, madre di Saman, si svolge separatamente rispetto al processo per l’omicidio della ragazza, in cui i genitori della vittima, Nazia e Shabbar Abbas, sono stati condannati all’ergastolo in secondo grado, così come i cugini di Saman, e lo zio Danish Hasnain, condannato a 22 anni di reclusione.
La vicenda legata alla tentata costrizione risale a cinque anni fa, quando Saman si rivolse ai servizi sociali di Novellara denunciando la volontà della famiglia di imporle un matrimonio combinato con un cugino in Pakistan, fissato per il dicembre 2020. Secondo le sue dichiarazioni, la ragazza si opponeva fermamente a questo destino, affermando di avere una relazione con un altro giovane e rifiutando il matrimonio forzato. Nonostante ciò, la madre e il padre erano inizialmente indagati insieme per questo reato.
Nel 2021, per Nazia fu emesso un decreto penale di condanna, successivamente revocato nel 2023 durante la sua latitanza. Dopo l’arresto in Pakistan e l’estradizione in Italia nell’agosto 2024, il fascicolo è stato riaperto e il sostituto procuratore Maria Rita Pantani ha chiesto il rinvio a giudizio della donna.
Le dinamiche familiari e le denunce di Saman
Saman Abbas aveva denunciato più volte le pressioni familiari per costringerla al matrimonio combinato. Nel novembre 2020 si era rivolta ai servizi sociali, raccontando di biglietti aerei acquistati per lei e di un fidanzamento con un cugino molto più grande, Akmal Rukisar, che lei rifiutava. Per qualche tempo fu collocata in una comunità protetta, ma tornò a casa nell’aprile 2021, poco prima di essere uccisa.
Nonostante le denunce e il collocamento protetto, la giovane non è stata salvata da quella che è stata definita una tragedia di matrimoni forzati e violenza patriarcale. La madre, secondo le intercettazioni e gli atti processuali, emerge come una figura determinata, non succube, che avrebbe partecipato attivamente agli eventi che hanno portato alla morte della figlia.
La richiesta di rinvio a giudizio per tentata costrizione al matrimonio si inserisce così in un quadro giudiziario complesso che vede coinvolti diversi membri della famiglia Abbas, con l’obiettivo di fare piena luce sulle responsabilità che hanno portato alla tragica fine di Saman Abbas.






