Brescia, 13 febbraio 2026 – Un’operazione congiunta condotta dai carabinieri di Palazzolo sull’Oglio, dal Nucleo Ispettorato del Lavoro (Nil) e dalla Polizia Locale ha portato alla scoperta di una grave situazione di caporalato all’interno di un capannone industriale situato in via Malogno, nel quartiere San Giuseppe della città bresciana. Nell’ambito di controlli volti a contrastare lo sfruttamento della manodopera clandestina, sono stati identificati 23 lavoratori irregolari, tra cui otto minori, alcuni dei quali addirittura bambini di 8 anni, impiegati nelle attività produttive dello stabile.
Caporalato a Palazzolo
L’immobile, formalmente sede di una ditta individuale riconducibile a una cittadina rumena di 23 anni residente a Crema, dichiarata attiva nella produzione di guarnizioni e nella lavorazione di materie plastiche, celava una realtà di grave illegalità. I lavoratori identificati erano tutti cittadini moldavi, privi di permesso di soggiorno, e si trovavano a operare in condizioni di sfruttamento inaccettabili.
Durante i controlli, sono state accertate numerose violazioni al Testo unico sulla sicurezza sul lavoro, con l’irrogazione di sanzioni per oltre 100mila euro e la sospensione immediata dell’attività imprenditoriale. In ragione delle criticità riscontrate, l’intero capannone è stato posto sotto sequestro preventivo. La titolare della ditta è stata denunciata per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, mentre un cittadino moldavo di 30 anni è stato arrestato per reintroduzione illegale nel territorio italiano, essendo già destinatario di un precedente provvedimento di espulsione.
L’intervento delle forze dell’ordine è scaturito da accertamenti del Comune di Palazzolo sulla gestione dei rifiuti, che hanno permesso di delineare un quadro più ampio di illegalità. In particolare, la Polizia Locale ha avuto un ruolo attivo nel monitoraggio e nella verifica sul territorio, collaborando con i carabinieri e l’Ispettorato nazionale del Lavoro per giungere allo smantellamento dell’attività irregolare.
Sfruttati anche dei minorenni
Tra i 23 lavoratori irregolari individuati, otto erano minorenni, con un’età compresa tra gli 8 e i 16 anni, trovati nei locali produttivi del capannone. L’impiego di bambini così piccoli rappresenta un fatto di estrema gravità e scandalo sociale.
Immediatamente dopo la scoperta, i minori e i rispettivi genitori sono stati presi in carico dai servizi sociali del Comune di Palazzolo sull’Oglio, che hanno assicurato loro assistenza e l’inserimento in strutture protette. Per gli altri cittadini irregolari sono state avviate presso la Questura le procedure necessarie per la regolarizzazione o, in alternativa, per l’allontanamento dal territorio nazionale.
Il sindaco di Palazzolo, Gianmarco Cossandi, ha commentato l’operazione definendola “un risultato importante sul piano della legalità”. Ha sottolineato che l’inchiesta ha preso avvio da controlli comunali e che la rete di vigilanza, forte della collaborazione tra enti e forze dell’ordine, ha permesso di intervenire con tempestività e determinazione. “La rete di vigilanza funziona – ha dichiarato – le segnalazioni vengono approfondite e quando emergono situazioni di illegalità si interviene con fermezza e nei tempi opportuni”.
Contesto nazionale: il caporalato e le condizioni di sfruttamento in agricoltura
Il caso di Palazzolo si inserisce in un quadro più ampio di fenomeni di caporalato e sfruttamento della manodopera che interessano diversi territori italiani. Non distante dalla Lombardia, nel Grossetano un’inchiesta ha portato alla richiesta di rinvio a giudizio per sei cittadini pakistani accusati di caporalato e sfruttamento, con episodi di violenza fisica contro i braccianti considerati “troppo lenti”. Qui, i lavoratori venivano sottoposti a turni estenuanti fino a 15 ore giornaliere, senza pause adeguate, ferie o permessi, e pagati in nero a tariffe irrisorie.
Le condizioni di alloggio dei braccianti nel Grossetano risultavano altrettanto degradanti, con sovraffollamento illegale, carenze igienico-sanitarie e strutture fatiscenti, dichiarate formalmente inabitabili. Anche in questo caso, le indagini hanno evidenziato come il sistema di reclutamento fosse gestito in modo criminale, con minacce e ritorsioni nei confronti dei lavoratori e delle loro famiglie.






