Milano, 19 febbraio 2026 –Prosegue l’inchiesta sulla morte di Abderrahim Mansouri, 28 anni, ucciso il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo, una delle principali piazze di spaccio milanesi. Dagli interrogatori svolti oggi in Questura a Milano, è emerso un quadro che rafforza l’ipotesi di omicidio volontario a carico dell’assistente capo di 42 anni che ha sparato il colpo fatale. Al centro delle indagini ci sono anche gli altri quattro poliziotti coinvolti, indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso.
Rogoredo, interrogatori e chiarimenti degli agenti indagati
I quattro agenti hanno risposto per ore alle domande del pubblico ministero Giovanni Tarzia e degli investigatori della Squadra mobile della Polizia. Secondo quanto riferito dai loro legali, è stata chiarita la posizione di ciascuno, con precisazioni rispetto alle testimonianze precedenti. Tuttavia, le accuse di favoreggiamento personale e omissione di soccorso restano al centro dell’inchiesta, in quanto i poliziotti avrebbero fornito una ricostruzione non conforme alla realtà.
In particolare, gli agenti non avrebbero riferito della presenza di altre persone sul luogo del delitto e avrebbero ritardato di oltre 20 minuti l’allerta ai soccorsi, mentre Mansouri era ancora agonizzante a terra. Dalle indagini emergerebbe inoltre una gestione opaca delle operazioni antidroga da parte del 42enne assistente capo, che avrebbe messo in discussione la dinamica degli eventi e la posizione della pistola a salve trovata vicino alla vittima, che potrebbe essere stata collocata successivamente e mai impugnata da Mansouri.

Chi era Abderrahim Mansouri, noto come “Zack”
Abderrahim Mansouri, 28enne di origine marocchina, era un nome noto negli ambienti dello spaccio milanese, con diversi alias e precedenti penali. Appartenente a una famiglia radicata nel clan di base al quartiere Corvetto, Mansouri aveva scontato una pena per spaccio nel carcere di Cremona e più volte era stato denunciato per reati legati alla droga e ricettazione. Le autorità lo consideravano un elemento di rilievo nella struttura criminale che gestiva lo spaccio nel boschetto di Rogoredo, un’area tristemente nota per il traffico di sostanze stupefacenti.
Le indagini proseguono, con accertamenti tecnici su dispositivi elettronici e approfondimenti riguardo al passato professionale del poliziotto, che in passato era stato coinvolto in un caso controverso di arresto a Corvetto, oggetto di accertamenti giudiziari per possibili irregolarità. Al momento, non risultano precedenti penali a suo carico.
Contesto operativo e richieste della famiglia di Mansouri
Il boschetto di Rogoredo si conferma un contesto estremamente complesso e pericoloso, caratterizzato da vegetazione fitta e zone d’ombra che complicano ogni intervento delle forze dell’ordine. La pressione decisionale in questi scenari è elevata, ma ciò non esonera da responsabilità, sottolineano gli inquirenti.
La famiglia di Mansouri, assistita dall’avvocata Debora Piazza, ha chiesto che venga accertata tutta la verità. Il fratello della vittima ha conferito mandato legale per seguire il caso, puntando sull’analisi delle immagini delle telecamere di videosorveglianza e sulla ricerca di testimoni. L’avvocata Piazza ha espresso forti perplessità sulla versione fornita dall’agente che ha sparato, soprattutto riguardo alla pistola a salve che Mansouri avrebbe puntato contro il poliziotto.
Sono in corso l’autopsia e la consulenza balistica, considerate determinanti per stabilire la distanza dello sparo e la dinamica dell’incidente. Le indagini si focalizzano inoltre sul ritardo nell’attivazione dei soccorsi e sulle testimonianze da raccogliere, per fare chiarezza su quanto accaduto.
Le prossime settimane saranno cruciali per approfondire il quadro probatorio e verificare le responsabilità degli agenti coinvolti, nel contesto di un’area urbana dove la lotta allo spaccio rappresenta una sfida continua per le forze dell’ordine.






