Chiavari, 15 gennaio 2026 – Si è concluso con una sentenza di condanna a 24 anni di reclusione il processo per l’omicidio di Nada Cella, la giovane segretaria uccisa nel 1996 nello studio del commercialista Marco Soracco a Chiavari. La corte d’assise, presieduta dal giudice Massimo Cusatti, ha inoltre inflitto una pena di due anni per favoreggiamento a Soracco, difeso dagli avvocati Andrea Vernazza. La pubblica accusa, rappresentata dalla pm Gabriella Dotto, aveva contestato ad Anna Lucia Cecere, ex insegnante e imputata, l’ergastolo.
La vicenda del delitto di via Marsala
Il 6 maggio 1996, Nada Cella, 24 anni, fu brutalmente aggredita nel suo luogo di lavoro, lo studio commercialistico in via Marsala a Chiavari. La donna fu colpita ripetutamente alla testa con un oggetto contundente mai ritrovato. La dinamica dell’aggressione e alcune testimonianze portarono sin dall’inizio a ipotizzare che la vittima conoscesse l’assassino, che era in grado di muoversi liberamente nell’ufficio. Le indagini iniziali si concentrarono sul commercialista Marco Soracco, sospettato di un possibile movente legato a tensioni lavorative, ma venne scagionato grazie anche all’esito negativo di test del DNA e al ritiro di alcune testimonianze.
Nel corso degli anni si sono susseguiti diversi filoni investigativi, con riaperture e archiviazioni, fino ai nuovi sviluppi del 2021, quando grazie a tecnologie più avanzate furono individuate tracce di DNA e impronte digitali rilevanti sui luoghi del delitto e sugli indumenti della vittima. Questi elementi hanno portato nuovamente sotto i riflettori la figura di Anna Lucia Cecere, già sospettata negli anni ’90, che avrebbe agito per motivi di gelosia e frustrazione personale.
Il processo e le prove decisive
Durante il processo, la pm Gabriella Dotto ha ricostruito un quadro probatorio definito “numeroso, logico e chiaro”, sostenendo che Cecere abbia agito con “lucida follia” e senza attenuanti, mosso da invidia e frustrazione. È emersa anche un’intercettazione telefonica in cui l’imputata vacilla sull’alibi fornito per la mattina del delitto, affermando di essere al lavoro presso uno studio dentistico, mentre altre testimonianze la collocano nei pressi del luogo del delitto.
Parallelamente, Marco Soracco è stato condannato a due anni per favoreggiamento, con l’accusa di aver mentito sulle circostanze dell’omicidio e di aver ostacolato le indagini, contribuendo così all’impunità di Cecere per anni. La difesa degli imputati ha scelto di non presentarsi in aula per evitare che Cecere perdesse nuovamente il controllo.






