Taranto, 13 aprile 2026 – È stata fatta luce su un cold case che per oltre un decennio aveva lasciato senza risposta l’omicidio di Martino Marangia, imprenditore edile di Pulsano, ucciso con modalità mafiose il 14 ottobre 2013. Le indagini, condotte congiuntamente dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Lecce e dalla Procura di Taranto, hanno portato all’arresto di due persone ritenute responsabili del delitto: Anselmo Venere e Cosimo Campo, rispettivamente mandante ed esecutore materiale dell’omicidio.
Omicidio di Martino Marangia: la vendetta in chiave mafiosa
L’omicidio di Marangia, 50 anni, avvenuto in contrada Rotondelle, periferia di Pulsano, si configura come un’azione punitiva esemplare finalizzata a ristabilire un equilibrio criminale compromesso e a riaffermare il prestigio e la capacità intimidatoria del mandante, secondo quanto spiegato dagli inquirenti. La vittima venne crivellata da almeno dieci colpi di pistola calibro 9×21 mentre si trovava a bordo della sua auto.
Le indagini hanno fatto emergere che alla base del delitto vi erano contrasti legati all’attività lavorativa dell’impresa edile di Marangia, ritenuta inadempiente nei confronti di Venere per i ritardi nell’esecuzione di lavori. Un elemento cruciale del movente è un precedente scontro violento avvenuto nel 2010, quando Marangia aveva reagito a una spedizione punitiva, disarmando e ferendo gravemente Venere. Questo episodio, considerato un’umiliazione e una perdita di prestigio per Venere all’interno del contesto criminale, ha innescato una spirale di rancore che ha portato alla decisione di “lavare quell’onta con il sangue”.
Le indagini hanno anche rivelato come il mandante avesse pianificato con cura ogni dettaglio dell’omicidio, predisponendo un alibi e scegliendo un esecutore materiale – Campo – con minore riconducibilità al territorio locale per evitare di essere facilmente collegato all’azione criminale. Un lavoro investigativo reso particolarmente difficile da un clima di omertà, da comunicazioni ambigue e da tentativi sistematici di ostacolare l’accertamento della verità.
Anselmo Venere e la guerra con il clan Agosta
Anselmo Venere, già noto alle forze dell’ordine, è stato arrestato più volte nell’ambito di operazioni antimafia, tra cui l’operazione “Argan” che lo indicava ai vertici di una presunta organizzazione dedita alle estorsioni nella provincia ionica. Recentemente, Venere è stato nuovamente arrestato per estorsione aggravata da metodo mafioso: secondo le indagini, avrebbe minacciato un imprenditore per costringerlo a licenziare il figlio di Maurizio Agosta, capo di una fazione rivale a Pulsano. Le minacce di morte rivolte a quest’ultimo e al figlio hanno riacceso una feroce faida tra due gruppi criminali, caratterizzata da attentati e violenze.
Maurizio Agosta è stato condannato in via definitiva per l’omicidio di Franco Galeandro nel 2016 ed è ritenuto a capo della frangia locale di un’associazione mafiosa collegata a Francesco Locorotondo, “mammasantissima” condannato a 14 anni. Nel 2016, su mandato di Agosta, furono esplosi colpi di fucile e pistola contro l’abitazione di Venere, episodio rivelato da un collaboratore di giustizia.
Le tensioni tra le due fazioni si intrecciano con il quadro giudiziario che ha inflitto pesanti condanne a entrambi i gruppi, ma la violenza e la sete di potere continuano a caratterizzare la realtà criminale di Pulsano, dove le indagini più recenti evidenziano la volontà di Venere di occupare spazi lasciati liberi dalla detenzione dei suoi avversari.




