Niscemi torna a fare i conti con la fragilità del suo territorio. La violenta ondata di maltempo che ha investito la Sicilia, alimentata dal ciclone Harry, ha provocato nelle ultime ore una nuova e impressionante frana nel centro abitato, costringendo decine di famiglie a lasciare le proprie case e riportando alla luce una storia di dissesto mai davvero affrontata. Le mareggiate e le piogge intense hanno colpito duramente l’intera Isola, dalla costa all’entroterra: crolli, allagamenti, strade interrotte, infrastrutture danneggiate, attività economiche paralizzate. Ma quanto accaduto a Niscemi non può essere liquidato come un disastro causato dalla sola natura. Al contrario, si inserisce in un quadro noto da decenni, fatto di scelte urbanistiche discutibili, consumo di suolo incontrollato e assenza di politiche strutturali di prevenzione.
Il precedente del 1997
Non è la prima volta che Niscemi vive una simile emergenza. Nel 1997 una frana devastante colpì il quartiere Sante Croci e il margine occidentale della città: abitazioni lesionate, una chiesa demolita, un assetto urbanistico profondamente modificato. Quell’evento avrebbe dovuto rappresentare uno spartiacque, l’occasione per avviare un serio percorso di riduzione del rischio idrogeologico attraverso monitoraggi costanti, sistemi di allerta, corretta gestione delle acque e regole stringenti sull’uso del territorio.

A distanza di quasi trent’anni, l’attivazione odierna del versante dimostra invece quanto poco sia stato fatto. Le criticità erano note, documentate, denunciate. Ma sono rimaste sullo sfondo, soffocate da promesse e interventi tampone.
I nuovi cedimenti a Niscemi e la ferita sociale
I cedimenti di oggi riaprono una ferita non solo geologica, ma anche sociale. La popolazione, infatti, ha imparato ad affrontare episodi tragici: dalla distruzione della linea ferroviaria dopo il crollo di un ponte, alla frana del 1997, fino ai nuovi smottamenti che oggi riaccendono la paura. Eventi che hanno prodotto isolamento, disagio, insicurezza e una persistente sensazione di abbandono.
Il contesto ambientale e il caso MUOS
A completare il quadro c’è la vicenda del MUOS, il sistema di comunicazioni satellitari della Marina statunitense operativo dal 2019, realizzato all’interno della Riserva naturale orientata Sughereta di Niscemi, a ridosso del centro abitato. Una ferita ambientale profonda, autorizzata da Stato e Regione nonostante le proteste di comitati civici e ambientalisti, che ha ulteriormente compromesso un territorio già fragile.
La frana a Niscemi: un disastro che non sorprende
La frana di oggi, così come gli effetti devastanti del ciclone Harry, non rappresenta un’emergenza imprevedibile. È il risultato di decenni di mancato rispetto delle regole, di abusivismo tollerato, di condoni, di totale assenza di pianificazione in un contesto reso ancora più instabile dai cambiamenti climatici, che amplificano l’intensità dei fenomeni estremi.
La responsabilità è politica e istituzionale, regionale e nazionale. E come spesso accade, i conti arrivano puntuali. Niscemi ne è l’ennesima, amara conferma: il disastro di oggi era annunciato.






