Roma, 25 marzo 2026 – La scoperta di un caso umano di influenza aviaria H9N2 in Lombardia non desta preoccupazioni particolari in Italia, come chiarito dall’epidemiologo Gianni Rezza in una recente intervista all’ANSA. Il virus, appartenente a un sottotipo a bassa patogenicità, si manifesta generalmente con sintomi lievi negli uccelli e presenta una virulenza contenuta nell’uomo.
Un caso isolato e importato dalla Lombardia
L’infezione da virus influenzale aviario A(H9N2) registrata in Lombardia è il primo caso umano di questo ceppo nell’Unione Europea, ma si tratta di un episodio isolato importato da un Paese extra-europeo, senza alcuna evidenza di trasmissione da persona a persona. “Non c’è dunque motivo di allarme in Italia”, sottolinea Rezza, che invita comunque a mantenere alta l’attenzione a livello globale, data la possibilità di un salto di specie da virus di origine aviaria o suina.
La necessità di una sorveglianza costante
Il virus H9N2 ha dimostrato nel tempo una crescente affinità per i recettori umani a causa di mutazioni, ma non è ancora in grado di trasmettersi efficientemente tra esseri umani. Dal 1990 sono stati diagnosticati oltre 170 casi umani, senza mai osservare trasmissioni interpersonali. Tuttavia, come evidenziato da Rezza, questo episodio rappresenta un monito sull’importanza di potenziare i sistemi di sorveglianza soprattutto nei Paesi a basso reddito e di sviluppare farmaci e vaccini in grado di fronteggiare eventuali emergenze pandemiche future.
Rezza ha inoltre lodato la Regione Lombardia per la sua efficiente risposta in termini di diagnostica e sanità pubblica, evidenziando il ruolo decisivo della rete dei laboratori coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), che ha permesso la condivisione e la conferma tempestiva dei risultati.
Il caso lombardo, dunque, pur essendo un segnale di attenzione, non modifica la valutazione di rischio per il nostro Paese, mantenendo un quadro di controllo e monitoraggio costante ma senza allarmi immediati.
Il confronto con i ceppi più pericolosi
Per comprendere meglio il contesto, è utile guardare ai dati globali sull’influenza aviaria. Dall’inizio degli anni Duemila, soprattutto in Asia e in Africa, sono stati registrati circa mille casi umani legati al virus H5N1, noto per la sua elevata mortalità.
In Europa, i casi sono stati estremamente rari: uno nel Regno Unito e alcuni in Turchia diversi anni fa. Più recentemente, nel 2025, anche gli Stati Uniti hanno segnalato circa settanta infezioni, con un solo decesso.
Il virus H5N1 presenta un tasso di letalità molto alto, attorno al 50%, anche se questo dato è influenzato dal fatto che, nei Paesi dove è più diffuso, vengono spesso identificati solo i casi più gravi.
I dati dell’Organizzazione mondiale della sanità
Secondo le informazioni diffuse dall’Organizzazione mondiale della sanità, tra il primo gennaio 2003 e il 22 gennaio 2026 sono stati segnalati 481 casi umani di infezione da H5N1 in sei Paesi della regione del Pacifico occidentale. Di questi, 319 si sono rivelati fatali, con un tasso di mortalità pari al 66,3%.
Numeri che spiegano perché l’attenzione su questo tipo di virus resti alta a livello internazionale, pur in presenza di una diffusione limitata tra gli esseri umani.
Il ceppo H9N2 e il rischio contenuto
Diversa è la situazione per il virus identificato nel caso lombardo. Il ceppo H9N2, ha sottolineato Rezza, è molto meno aggressivo e finora ha causato circa 170 infezioni umane nel mondo.
Proprio queste caratteristiche, unite alla natura isolata dell’episodio, contribuiscono a ridimensionare i timori. L’evento rappresenta comunque un segnale da monitorare, ma non indica al momento un rischio diffuso per la popolazione.



