Non è stata una semplice intossicazione alimentare a causare la morte di madre e figlia a Campobasso. Le analisi tossicologiche hanno individuato una sostanza ben più pericolosa: la ricina. Una scoperta che ha spinto la Procura a cambiare completamente direzione, aprendo un fascicolo per duplice omicidio premeditato contro ignoti per la morte di Antonella Di Jelsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15 anni.
La svolta nelle indagini: trovata ricina nel sangue
Gli esami effettuati sia in Italia sia all’estero hanno confermato la presenza della tossina nel sangue delle due vittime, decedute nei giorni successivi ai pranzi natalizi all’ospedale Cardarelli. L’ipotesi iniziale di un malore legato al cibo è stata così definitivamente archiviata. Ora l’attenzione degli investigatori è tutta concentrata sull’origine dell’avvelenamento e su chi possa aver somministrato una sostanza tanto difficile da reperire.
Cos’è la ricina e perché è così difficile da individuare
La ricina è una proteina altamente tossica estratta dai semi della pianta di ricino, diffusa anche nei Paesi mediterranei. Si tratta di una fitotossina che, pur essendo estremamente pericolosa, lascia pochissime tracce nell’organismo, rendendo complessa la diagnosi. Non esiste al momento un antidoto approvato per uso umano, e questo la rende ancora più insidiosa nei casi di avvelenamento.
Il meccanismo letale: come agisce sull’organismo
Dal punto di vista biologico, la ricina colpisce i ribosomi, cioè le strutture cellulari che producono proteine. Bloccando questa funzione essenziale, le cellule smettono di funzionare e iniziano a morire, causando un progressivo cedimento degli organi. Gli effetti variano a seconda della modalità di esposizione: se ingerita provoca gravi disturbi gastrointestinali, se inalata danneggia i polmoni, mentre se entra direttamente nel sangue può portare rapidamente al collasso circolatorio. In molti casi, il decesso avviene nel giro di pochi giorni.
Un veleno con una storia inquietante
La ricina non è solo un elemento da fiction: il suo utilizzo è documentato anche nella storia. Il caso più noto è l’uccisione del dissidente bulgaro Georgi Markov a Londra nel 1978, colpito con un ombrello modificato. Durante la Guerra Fredda fu studiata come possibile arma biologica, anche se poi venne accantonata. Negli anni più recenti, negli Stati Uniti, è stata utilizzata in alcuni tentativi di invio di lettere contaminate a figure politiche come Barack Obama e Donald Trump.
I precedenti in Italia e il caso di Torino
Anche in Italia la sostanza è già comparsa in contesti giudiziari. Nel 2019, a Torino, due giovani tentarono di usarla per vendetta contro alcuni coetanei. Episodi che hanno già acceso i riflettori sulla pericolosità di questa tossina, nonostante non sia facilmente accessibile. Il caso di Campobasso riporta ora il tema al centro dell’attenzione.
Le ricerche scientifiche e l’assenza di una cura
Sul piano medico, gli studi per individuare un antidoto o un vaccino sono ancora in corso. L’azienda americana Soligenix sta lavorando a una possibile soluzione, ma il prodotto è ancora nelle fasi iniziali di sperimentazione e non ha ottenuto l’approvazione della Food and Drug Administration. In assenza di cure specifiche, i trattamenti si limitano a supportare il paziente con terapie sintomatiche, cercando di ridurre i danni agli organi.
Sintomi, rischi e possibilità di sopravvivenza
L’avvelenamento da ricina può manifestarsi con nausea, vomito, diarrea intensa, dolori addominali e difficoltà respiratorie. La sopravvivenza dipende dalla quantità assunta, dalla rapidità dell’intervento medico e dagli organi coinvolti. In caso di sospetta esposizione, è fondamentale evitare rimedi fai-da-te e rivolgersi immediatamente a strutture sanitarie.
Dalla realtà alla fiction: la ricina nelle serie tv
Le caratteristiche di questa sostanza hanno contribuito a renderla celebre anche nella cultura pop. Nella serie Breaking Bad, il protagonista interpretato da Bryan Cranston la utilizza come veleno quasi “perfetto”, proprio per la difficoltà nel rilevarla. Tuttavia, i progressi delle analisi dimostrano che, come nel caso di Campobasso, oggi è possibile individuarne le tracce, anche se spesso quando è ormai troppo tardi.
Le indagini continuano: chi ha somministrato il veleno
Resta ora da chiarire come la ricina sia stata introdotta nell’organismo delle due vittime e chi ne sia responsabile. Gli investigatori sono al lavoro per ricostruire ogni dettaglio e individuare eventuali moventi, mentre il caso assume contorni sempre più complessi e inquietanti.






