Milano, 25 febbraio 2026 – Proseguono le indagini sull’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri, il 28enne ucciso lo scorso 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo. Il gip di Milano, Domenico Santoro, ha disposto la custodia cautelare in carcere per l’assistente capo di polizia Carmelo Cinturrino, ritenuto responsabile del delitto. Nonostante il giudice non abbia convalidato il fermo per mancanza del pericolo di fuga, ha evidenziato la gravità degli indizi e il rischio che l’indagato possa reiterare il reato o inquinare le prove.
Metodi intimidatori da parte di Cinturrino
Nel corso dell’interrogatorio, Cinturrino ha ammesso solo particolari già noti, come l’alterazione della scena del crimine mediante il posizionamento accanto al corpo di Mansouri di una pistola giocattolo, una Beretta 92 replica, con il suo solo Dna rilevato dagli esami scientifici. L’agente ha giustificato questo gesto sostenendo di averlo fatto per timore delle conseguenze, ma il gip ha definito le sue dichiarazioni non credibili, soprattutto riguardo al colpo esploso con un presunto intento solo intimidatorio. Le testimonianze raccolte confermano inoltre i metodi intimidatori utilizzati da Cinturrino nelle operazioni, smentiti dallo stesso agente.
I colleghi presenti durante l’episodio, inizialmente testimoni a favore della versione di Cinturrino, hanno successivamente ritrattato, fornendo dettagli che comprovano la messinscena della pistola a salve. Secondo le ricostruzioni, Mansouri era disarmato e caduto di faccia nel fango dopo essere stato colpito alla tempia destra, mentre tentava di difendersi con una pietra. L’allarme al 118 è stato dato con un ritardo di 23 minuti.
Il profilo della vittima e il contesto criminale
Abderrahim Mansouri, conosciuto come “Zack”, era un pusher noto alle forze dell’ordine, inserito nel clan Mansouri che gestisce lo spaccio nella zona del Corvetto e Rogoredo. Con un passato segnato da numerosi alias, denunce e una recente scarcerazione, Mansouri era considerato un elemento di rilievo nel traffico di sostanze stupefacenti. Il 26 gennaio, secondo le indagini, si trovava nel boschetto forse per supervisionare l’attività di spaccio o rifornire un altro pusher arrestato.
Le indagini proseguono con esami balistici, tossicologici e l’analisi dei cellulari, oltre all’acquisizione di filmati dalle telecamere di sorveglianza presenti sul luogo. La procura di Milano conferma l’impegno a ricostruire con rigore e precisione i fatti, in un caso che ha già sollevato forti interrogativi sull’operato delle forze dell’ordine nel quartiere.






