Milano, 24 febbraio 2026 – Nuovi sviluppi emergono nel caso che ha scosso il quartiere di Rogoredo e l’intera comunità milanese: Carmelo Cinturrino, assistente capo della Polizia di Stato, è al centro di un’indagine per l’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri, pusher di 28 anni, ucciso lo scorso 26 gennaio durante un controllo nel boschetto di Rogoredo. La vicenda, già di per sé drammatica, si complica ulteriormente per le accuse di connivenza con il mondo dello spaccio e di comportamenti violenti mosse nei confronti di Cinturrino.
L’omicidio e le nuove ammissioni dell’agente
Dalle indagini più recenti e dagli interrogatori, emerge che Cinturrino ha modificato la scena del crimine per paura delle conseguenze legali. L’agente ha dichiarato di aver posizionato la pistola, una replica di Beretta 92, accanto al corpo senza vita di Mansouri per sostenere la versione di legittima difesa: avrebbe sparato solo dopo che la vittima gli avrebbe puntato un’arma. Tuttavia, ha ammesso di essersi spaventato nel momento in cui Mansouri ha messo la mano in tasca e di aver sparato credendo che stesse per estrarre un’arma, salvo poi accorgersi che in realtà si trattava di un sasso.
Durante un colloquio con il suo avvocato, l’avvocato Piero Porciani, nel carcere di San Vittore, Carmelo Cinturrino ha dovuto correggere alcuni dettagli, ammettendo così una versione meno netta rispetto a quella iniziale. Nonostante ciò, continua a negare le accuse di rapporti illeciti con pusher e di aver richiesto “pizzo” o droga, circostanze che tuttavia sono al centro delle indagini.
Il profilo di Carmelo Cinturrino e le accuse sul territorio
Carmelo Cinturrino, 41 anni, soprannominato “Luca” tra i colleghi e i residenti di Corvetto e Rogoredo, è stato fino a poco tempo fa considerato un agente esperto e operativo, con un lungo curriculum fatto di arresti nel quartiere, dove lo spaccio è una piaga radicata. È il più anziano della squadra investigativa del commissariato di via Mecenate, un punto di riferimento per i colleghi più giovani, che secondo alcune testimonianze sarebbero stati “soggiogati” dalla sua personalità.
Nonostante un passato di encomi pubblici, come quello ricevuto dall’ex capo della Polizia Franco Gabrielli nel 2017, il suo nome è ora associato a un’inchiesta che accende i riflettori su un presunto doppio volto. Voci raccolte tra pusher e residenti parlano di un Cinturrino che avrebbe chiuso un occhio su alcuni spacciatori, soprattutto italiani, che operavano nel palazzo dove lavora sua moglie come custode, in cambio di tangenti o “pizzo”. Le testimonianze, raccolte anche da colleghi indagati e interrogati, descrivono arresti selettivi e in alcuni casi violenze fisiche ai danni degli spacciatori.
Il fratello della vittima ha dichiarato pubblicamente che Mansouri temeva proprio “il poliziotto di Mecenate” e che la sua morte potrebbe essere stata una vendetta premeditata. Questo quadro fa emergere una possibile rete di complicità e violenze che coinvolge non solo Cinturrino, ma anche altri agenti del commissariato, e che ora rischia di travolgere l’intera istituzione.
Il quadro giuridico dell’omicidio in Italia
L’omicidio, definito come la soppressione volontaria della vita umana da parte di un altro individuo, è un reato grave e complesso nel sistema giuridico italiano. Può assumere diverse forme: omicidio doloso, quando l’intenzione di uccidere è chiara e consapevole; omicidio colposo, quando la morte è causata da negligenza; o omicidio preterintenzionale, quando si supera l’intento originario senza volontà diretta di uccidere.
Nel caso di Cinturrino, l’accusa è quella di omicidio volontario, con l’aggravante di aver alterato la scena del crimine, aspetto che potrebbe influire pesantemente sul procedimento penale in corso. La legge italiana prevede, inoltre, che la legittima difesa possa escludere la responsabilità penale solo se vi è una proporzionalità tra l’azione difensiva e la minaccia subita, elemento che sarà al centro del dibattito giudiziario.
Il caso di Rogoredo si inserisce così in un contesto più ampio di riflessione sulla gestione delle forze dell’ordine in aree urbane ad alto rischio, sulle dinamiche di potere interne alle forze di polizia e sulla delicata questione del rapporto tra agenti e comunità locali.





