Roma, 29 gennaio 2026 – La Commissione bicamerale d’inchiesta sulle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori ha nuovamente acceso i riflettori sul ruolo di Mario Meneguzzi, zio di Emanuela Orlandi, nel contesto di una vicenda che da oltre quarant’anni continua a lasciare molte domande senza risposta. Nel corso della sua seconda audizione, il giornalista investigativo Pino Nicotri ha fornito nuovi elementi riguardanti i rapporti tra Meneguzzi e la giovane scomparsa nel 1983, confermando ipotesi inedite sul coinvolgimento dello zio nella vicenda.
Caso Orlandi, lo zio Mario e la scuola di musica: un legame mai approfondito
Pino Nicotri ha illustrato davanti alla Commissione come Mario Meneguzzi, direttore della buvette della Camera dei Deputati all’epoca, avesse l’abitudine di passare a prendere Emanuela all’uscita dalla scuola di musica “Tommaso Ludovico da Victoria”, dove la ragazza seguiva corsi di pianoforte, flauto traverso, canto corale e solfeggio. Questa circostanza, mai approfondita in modo adeguato da inquirenti e familiari, è supportata da dati concreti: la scuola si trovava in una posizione che Meneguzzi doveva attraversare per tornare alla sua abitazione lungo la via Aurelia, passando per il centro di Roma e vicino al Vaticano.
Nicotri ha inoltre sottolineato un fatto fino ad oggi poco chiarito: la sera del 22 giugno 1983, giorno della sparizione di Emanuela, suo padre Ercole chiamò soltanto due persone, suor Dolores, direttrice della scuola di musica, e Mario Meneguzzi, suo zio. La telefonata a suor Dolores aveva un senso logico legato alla ricerca di notizie su Emanuela, che frequentava la scuola da lei diretta. Ma perché chiamare Meneguzzi? Nicotri ha evidenziato che non è mai stato verificato se Meneguzzi potesse fornire informazioni utili, e ha definito “inspiegabile” il fatto che la sua presenza e i suoi spostamenti non siano mai stati accertati a fondo, soprattutto perché la famiglia e gli inquirenti non hanno mai interrogato la moglie di Meneguzzi, Lucia, la figlia Monica, né la cognata Anna Orlandi, che avrebbe dovuto trovarsi con loro a Torano, nel Reatino, quel giorno.
Un altro dettaglio emerso riguarda la posizione di Anna Orlandi, zia della vittima, che secondo diverse fonti si trovava nella stessa serata a casa in Vaticano a preparare la pizza, smentendo così la versione fornita dallo stesso Meneguzzi e suo figlio Pietro, i quali avevano dichiarato che lei fosse a Torano. Questa discrepanza fa supporre che Ercole Orlandi fosse convinto che Mario Meneguzzi si trovasse a Roma e non a Torano, motivo per cui lo chiamò nella sua abitazione romana e non in quella di Spedino, frazione di Torano.
Le tensioni intorno a Mario Meneguzzi e le ombre sul passato familiare
La figura di Mario Meneguzzi, che gestì inizialmente i rapporti con l’esterno e con i presunti rapitori di Emanuela per conto della famiglia, è stata oggetto di sospetti e controversie. Meneguzzi fu pedinato dagli investigatori e monitorato in particolare durante le prime fasi delle indagini, anche per il suo legame con i servizi segreti italiani. In passato si erano ipotizzati suoi collegamenti con ambienti politici e massonici, ma nessuna accusa concreta fu mai formalizzata.
Recenti rivelazioni, tuttavia, hanno riportato alla luce una lettera della Santa Sede che menzionerebbe presunte molestie da parte di Meneguzzi nei confronti di Natalina Orlandi, sorella di Emanuela, una circostanza che ha riaperto un capitolo doloroso e controverso all’interno della famiglia. Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, che da anni continua a chiedere con coraggio verità e giustizia, ha reagito con durezza a queste notizie, definendole un tentativo di “scaricare la responsabilità sulla famiglia” e un possibile depistaggio di lunga durata.
Il contesto della sparizione e le indagini in corso
La sparizione di Emanuela Orlandi, il 22 giugno 1983, è uno dei casi irrisolti più noti della storia italiana e vaticana. La ragazza, cittadina vaticana di 15 anni, scomparve mentre rientrava a casa dopo una lezione di musica. Nonostante numerose piste investigative, tra cui quelle internazionali, legate al terrorismo e alla criminalità organizzata, il mistero non è mai stato sciolto.
Emanuela frequentava l’Accademia di Musica “Tommaso Ludovico da Victoria”, un istituto collegato al Pontificio Istituto di musica sacra, e faceva parte del coro della Chiesa di Sant’Anna dei Palafrenieri in Vaticano. La sera della sua scomparsa, come ricostruito dalle testimonianze, Emanuela chiamò da un telefono della scuola la sorella Federica per raccontarle di una proposta di lavoro ricevuta da un uomo che l’aveva fermata prima della lezione. Dopo aver parlato con le compagne, si diresse verso la fermata dell’autobus in corso Rinascimento, ma da quel momento si persero le sue tracce.
Nonostante gli sforzi di famigliari e forze dell’ordine, il caso è rimasto senza una soluzione definitiva. Le indagini sono state riaperte più volte, e attualmente sono in corso tre filoni paralleli: una inchiesta della Procura di Roma, una vaticana e una della Commissione parlamentare bicamerale.
L’audizione di Nicotri e la convocazione di Marco Accetti rappresentano tappe cruciali nel tentativo di fare luce su uno dei misteri più intricati e controversi della cronaca italiana, segnato da depistaggi, ipotesi mai confermate e una lunga scia di dolore per la famiglia Orlandi.






