Milano, 26 febbraio 2026 – La famiglia di Abderrahim Mansouri, il 28enne ucciso a Rogoredo lo scorso gennaio, torna a esprimere il proprio dolore e la propria rabbia attraverso i legali Debora Piazza e Marco Romagnoli. In una dichiarazione rilasciata oggi, i familiari sottolineano come “ammazzare e mentire non sia un errore, ma qualcosa di orribile”, chiedendo una verità completa sull’intera vicenda e sul ruolo dei complici.
La famiglia Mansouri: “Ammazzare e mentire è orribile, non un errore“
La famiglia di Mansouri critica duramente la ricostruzione iniziale fornita dagli agenti coinvolti nell’omicidio, in particolare dall’assistente capo Carmelo Cinturrino, ora indagato per omicidio volontario. “Se ha un briciolo di coscienza – affermano i legali – confessi tutto il male che ha commesso insieme ai suoi compari. Non si tratta di un errore ma di una gravissima colpa, aggravata dalla messa in scena e dalla mancanza di una reale confessione”. La famiglia aggiunge inoltre che, qualora le accuse contro Cinturrino trovassero conferma, l’arresto dell’agente sarebbe dovuto avvenire molto tempo fa.
La complessa figura di Abderrahim Mansouri e le indagini sull’agente
Abderrahim Mansouri, noto come “Zack”, era un personaggio controverso nel mondo dello spaccio milanese, con un passato segnato da numerosi alias, denunce e una precedente detenzione per spaccio nel carcere di Cremona. Secondo le indagini, Mansouri era parte integrante del clan Mansouri, una realtà criminale radicata nel quartiere Corvetto e attiva nel traffico di droga tra Rogoredo e altre zone di Milano.
Parallelamente, emergono dettagli inquietanti sull’agente Carmelo Cinturrino. Nel 2024, Cinturrino era stato coinvolto in un caso di arresto dubbio a Corvetto, con accuse di falsificazione di prove nei confronti di uno spacciatore assolto in seguito. Le indagini della Procura di Milano stanno approfondendo il suo passato e il suo comportamento, anche attraverso accertamenti informatici su dispositivi elettronici. Recenti testimonianze e analisi forensi hanno smentito la versione ufficiale della presenza di una pistola in mano a Mansouri al momento dello sparo, evidenziando invece una pistola giocattolo con solo il DNA di Cinturrino.
In attesa dell’interrogatorio previsto davanti al gip, la famiglia Mansouri mantiene la propria richiesta di giustizia, ribadendo che “non c’è nulla di più lontano dall’indagato rispetto al ruolo di servitore dello Stato”.





