Milano, 18 febbraio 2026 – Proseguono le indagini sulla morte di Abderrahim Mansouri, il 28enne ucciso il 26 gennaio scorso nel boschetto di Rogoredo da un agente di polizia durante un controllo antidroga. La vicenda, che ha scosso la città, è al centro di un’inchiesta coordinata dal procuratore Marcello Viola e dal pm Giovanni Tarzia, con la Squadra mobile di Milano impegnata nel raccogliere testimonianze e analizzare le immagini delle telecamere di sorveglianza.
La versione dell’agente e le contestazioni della famiglia
Nel verbale presentato dall’agente indagato per omicidio volontario, si legge che il poliziotto aveva puntato la pistola a pochi centimetri dalla mano di Mansouri, ma che l’arma era scarica, con la sicura inserita, e che quindi aveva spostato l’arma per allontanarla. L’agente ha inoltre dichiarato di conoscere la vittima, soprannominata “Zack”, avendo svolto diverse attività investigative nella zona di Rogoredo, nota per essere un centro dello spaccio gestito da famiglie come quella di Mansouri.

Tuttavia, i legali della famiglia, gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, ribadiscono con fermezza che Mansouri non aveva con sé alcuna pistola né avrebbe puntato un’arma contro gli agenti. Secondo la loro ricostruzione, la presenza di una pistola a salve trovata nel giubbotto della vittima sarebbe stata inserita successivamente e non corrisponderebbe alla realtà. Gli avvocati hanno inoltre sottolineato la necessità di esaminare attentamente tutte le prove, comprese le immagini delle telecamere e le testimonianze di altri presenti sul luogo, poiché la versione fornita dall’agente non convince e presenta numerose incongruenze.
Quattro altri agenti sono indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso: avrebbero infatti omesso di riferire la presenza di più testimoni sul posto e avrebbero ritardato la chiamata dei soccorsi mentre Mansouri giaceva a terra agonizzante, colpito da un proiettile alla testa sotto l’orecchio destro. Le analisi balistiche sono ancora in corso per stabilire la dinamica esatta dello sparo e la distanza da cui è stato effettuato, ritenuta dai primi accertamenti di almeno venti metri.
Il contesto e le indagini in corso
Abderrahim Mansouri faceva parte di una famiglia nota nell’ambiente dello spaccio milanese, con precedenti penali per droga e reati connessi. Era stato recentemente affidato ai servizi sociali dopo una detenzione per spaccio e, al momento dell’episodio, aveva con sé hashish, cocaina ed eroina. Le autorità stanno indagando anche sulla presenza di testimoni e sulla registrazione delle telecamere di sorveglianza che potrebbero chiarire i fatti, in particolare un presunto ritardo nella chiamata dei soccorsi.
Le indagini si concentrano anche sul confronto tra le diverse versioni raccolte, con particolare attenzione ai tempi e alle modalità dell’intervento della polizia in quella zona, teatro di frequenti operazioni antidroga. La famiglia Mansouri, assistita dagli avvocati Piazza e Romagnoli, ha espresso la volontà di ottenere una ricostruzione completa e trasparente dell’accaduto, confidando nel contributo delle prove tecniche e nelle testimonianze che finora sarebbero state parzialmente ignorate.






