Milano, 2 aprile 2026 – Proseguono le indagini nell’ambito del Caso Cinturrino, l’inchiesta coordinata dal procuratore Marcello Viola e dal pm Giovanni Tarzia che coinvolge l’assistente capo della Polizia di Stato Carmelo Cinturrino, arrestato per l’omicidio volontario aggravato del pusher Abderrahim Mansouri. Nuovi sviluppi emergono dalle verifiche avviate anche su alcuni agenti della Polizia locale.
Verifiche su agenti della Polizia locale
Secondo quanto riportato da uno dei verbali di sei testimoni, sentiti nell’inchiesta dalla Squadra mobile della Polizia e che saranno riascoltati in incidente probatorio il 10 aprile, gli investigatori hanno chiesto a un pusher marocchino se avesse mai visto Cinturrino in compagnia di agenti della Polizia locale. Il testimone ha risposto affermativamente, riferendo di averli visti insieme in strada mentre parlavano. Nel verbale si evidenzia che al testimone è stato mostrato un album fotografico denominato “Rogoredo” contenente 32 volti, di cui alcuni riconosciuti come colleghi di Cinturrino e due appartenenti alla Polizia locale presenti in strada con lui.
Da quanto si apprende, i nuovi accertamenti della Procura si basano soprattutto sulle dichiarazioni di due testimoni e si focalizzano su un agente della Polizia locale, sebbene al momento nessun appartenente alla Polizia locale risulti indagato. Le dichiarazioni sono al vaglio degli inquirenti per eventuali riscontri.
Il contesto dell’inchiesta e le accuse a Cinturrino
L’inchiesta ha già svelato un complesso sistema di abusi e illegalità che coinvolge Cinturrino e altri sei agenti del commissariato Mecenate. Sono 43 i capi di imputazione contestati, tra cui spaccio, estorsione, arresti illegali, pestaggi, falsi verbali e concussioni. Le accuse descrivono un quadro di violenze, racket e gestione illecita delle piazze di spaccio tra i quartieri di Rogoredo e Corvetto.
Il Tribunale del Riesame di Milano ha recentemente confermato la misura cautelare in carcere per Cinturrino, respingendo la richiesta di domiciliari avanzata dalla difesa. L’assistente capo, in carcere dal 23 febbraio, ha sempre negato le accuse di omicidio volontario, sostenendo di aver sparato per paura e di non conoscere personalmente Mansouri.
Le indagini proseguono con l’ascolto di ulteriori testimoni, compresi pusher e tossicodipendenti, e l’analisi di telefoni e dispositivi sequestrati a Cinturrino. La Procura continua a scandagliare la rete di complicità e illegalità che si estende nel cuore della Polizia locale e di Stato a Milano.



