Venezia, 1 febbraio 2026 – Alberto Trentini, cooperante veneziano liberato dopo 423 giorni di detenzione in Venezuela, ha raccontato in una toccante intervista a Che tempo che fa la dura esperienza vissuta nelle carceri venezuelane, svelando dettagli inediti sulle condizioni di detenzione e sulle motivazioni politiche dietro il suo arresto.

Trentini: “Ci dissero che eravamo delle pedine di scambio”
Alberto Trentini ha rivelato che, verso gennaio 2025, il direttore del carcere dove era detenuto gli comunicò senza mezzi termini che lui e molti altri prigionieri stranieri erano considerati “pedine di scambio”. Trentini ha spiegato che erano ben 92 gli stranieri rinchiusi negli stessi padiglioni, tutti con storie simili: molti erano stati arrestati in transito, addirittura all’aeroporto di Caracas, o in posti di blocco vicino al confine con la Colombia, come è successo a lui.
Durante l’arresto, avvenuto il 15 novembre 2024, Trentini racconta di essere stato fermato da funzionari del Servizio amministrativo per l’identificazione, la migrazione e gli stranieri (SAIME). Dopo un primo controllo del passaporto, è stato trasferito al controspionaggio militare, dove ha subito un interrogatorio durato quattro ore e, due giorni dopo, è stato sottoposto alla macchina della verità in una stanza calda a Caracas. Il cooperante ha descritto la prova come particolarmente stressante, con sensori applicati al corpo e domande insistenti su terrorismo e spionaggio, viste le sue competenze accademiche in storia.
Le dure condizioni di detenzione: dieci giorni nella “Vasca” e carceri di Caracas
Prima di essere trasferito nel carcere Rodeo 1, Trentini ha subito un periodo di dieci giorni nella cosiddetta “Vasca”, o “Acquario”, una stanza in cui era costretto a rimanere seduto immobile dalle 6 del mattino alle 9 di sera, senza poter parlare. La stanza è dotata di un vetro che impedisce ai detenuti di vedere l’esterno, mentre chi sta fuori può osservare loro. Trentini ha raccontato che all’inizio nella stanza c’erano 20 persone, ma quando ne è uscito erano diventate 60, con un clima ostile e un’aria condizionata al massimo per impedire qualsiasi comunicazione. Il cibo veniva somministrato tre volte al giorno, accompagnato da poca acqua, e i detenuti si alternavano solo per andare in bagno.
Nel carcere Rodeo 1, le celle misuravano circa due metri per quattro, con una “turca” che fungeva sia da latrina sia da doccia, e l’acqua era disponibile solo due volte al giorno, a orari imposti dalle guardie. Trentini ha descritto i frequenti cambi di cella, mai giustificati, e la presenza costante di telecamere non tanto per sorvegliare i detenuti, quanto per monitorare il comportamento delle guardie. Tra le poche distrazioni, una scacchiera costruita con carta igienica, sapone e caffè, un regalo dei compagni di detenzione colombiani, che gli ha permesso di mantenere un minimo di contatto sociale e mentale con gli altri detenuti.
Nonostante non abbia subito violenze fisiche, Trentini ha sottolineato di aver subito violenze psicologiche, soprattutto derivanti dall’incertezza sul futuro, dalla mancanza di assistenza legale e dall’isolamento forzato. Ha raccontato di aver contato i giorni scrivendo su un pezzo di muro, consapevole del passare del tempo ma ignaro di eventi importanti come la domenica di Pasqua.
Ritardi nelle informazioni e primo contatto con la famiglia Trentini
Il cooperante ha ricordato che, durante la detenzione, le informazioni erano frammentarie e diffuse per passaparola, con un ritardo significativo nel sapere dell’intervento statunitense per la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, avvenuta il 3 gennaio 2026 nell’ambito dell’Operazione Absolute Resolve. Trentini ha sottolineato che il flusso informativo era migliorato rispetto ai primi mesi, ma continuava a essere limitato e manipolato, con obblighi di ascolto di propaganda governativa.
Dopo sei mesi di silenzio, Trentini ha potuto effettuare la prima telefonata con la famiglia, momento che gli ha dato un senso di sollievo e tranquillità, sapendo che i suoi genitori stavano “benino”. La seconda chiamata è avvenuta sei mesi dopo, a luglio, sempre sotto stretta sorveglianza di guardie armate, con medici mascherati e telecamere puntate per evitare qualsiasi dialogo non autorizzato.
Il contesto politico e diplomatico della detenzione
Il caso di Alberto Trentini ha avuto un forte impatto diplomatico. Il governo italiano ha formalmente richiesto spiegazioni e il rilascio del cooperante, convocando ripetutamente l’incaricato d’affari venezuelano a Roma. La Commissione interamericana per i diritti umani (CIDH) ha riconosciuto la gravità della situazione, concedendo misure cautelari per proteggere la sua vita e integrità personale, dato il rischio di maltrattamenti.
La detenzione è stata contestata anche da organizzazioni internazionali e partiti politici italiani, con manifestazioni di solidarietà e appelli alla mobilitazione per la sua liberazione. Il 12 gennaio 2026, Trentini è stato finalmente liberato dalle autorità venezuelane, mettendo fine a un incubo durato oltre un anno.
Il contesto internazionale è stato segnato, pochi giorni prima della scarcerazione, dalla cattura dell’allora presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti, evento che ha provocato reazioni contrastanti a livello globale e ha portato a una delicata fase di transizione politica nel Paese, con la nomina ad interim di Delcy Rodríguez.
La testimonianza di Alberto Trentini rappresenta un importante documento per comprendere non solo la sua personale odissea, ma anche le dinamiche di repressione e tensione politica che hanno caratterizzato il Venezuela nell’ultimo biennio.






