In occasione della Giornata Mondiale delle zone umide, istituita dall’Onu nel 1997, si rinnova l’attenzione su uno degli ecosistemi più preziosi e al contempo più minacciati del pianeta. Quest’anno, la ricorrenza assume un valore speciale anche per l’Italia, che celebra il cinquantesimo anniversario della ratifica della Convenzione di Ramsar sulle Zone Umide, siglata nel 1971 in Iran. Secondo il rapporto aggiornato di Legambiente, dal titolo “Ecosistemi acquatici 2026. Insieme per le zone umide”, è urgente rafforzare la tutela di queste aree fondamentali per la biodiversità e la lotta ai cambiamenti climatici.
La ricchezza e la fragilità delle zone umide
Le zone umide comprendono una vasta gamma di ambienti, dai bacini naturali o artificiali di acqua dolce, salmastra o salata, alle torbiere, ai delta, alle mangrovie e alle barriere coralline. Sono presenti anche siti artificiali come peschiere, risaie e saline, oltre a distese marine poco profonde durante la bassa marea. Nonostante coprano solo il 6% della superficie terrestre, ospitano il 40% delle specie vegetali e animali mondiali, incluse specie di pesci, uccelli acquatici e anfibi.
Il Global Wetland Outlook 2025 evidenzia però una perdita globale del 22% dell’estensione delle zone umide, pari a oltre 400 milioni di ettari. Questo declino è aggravato dalle pressioni antropiche come urbanizzazione, cementificazione e agricoltura intensiva, oltre che dalla crisi climatica in atto.
La posizione dell’Italia e le sfide della tutela
L’Italia si conferma una delle nazioni europee con il maggior numero di siti riconosciuti di importanza internazionale, con 63 siti distribuiti in 15 regioni, per una superficie complessiva di 81.091 ettari. Tra le regioni con più zone umide riconosciute spiccano Toscana, Emilia-Romagna e Sardegna. Il nostro Paese si posiziona al quarto posto in Europa, a pari merito con la Norvegia, dietro Regno Unito, Spagna e Svezia.
Nonostante questo, persistono ritardi e problematiche burocratiche che rallentano la protezione effettiva di molte aree. Circa il 6% delle zone umide censite in Italia non gode di alcun regime di tutela ufficiale, esponendole a rischi concreti di degrado e trasformazione d’uso. Inoltre, la media temporale tra la designazione di un sito e il suo riconoscimento internazionale supera gli attuali 14 anni, un lasso di tempo ritenuto eccessivo da Legambiente.
Appelli e proposte per un futuro sostenibile
Legambiente, attraverso le parole del direttore generale Giorgio Zampetti e del responsabile nazionale biodiversità Stefano Raimondi, sottolinea la necessità di interventi strutturali e coordinati per tutelare questi ecosistemi. Tra le proposte vi sono l’istituzione di nuove aree protette, una maggiore integrazione normativa e una gestione unitaria del capitale naturale, nonché il contrasto a inquinamento, specie aliene invasive e illegalità ambientali.
Inoltre, si chiede l’applicazione rigorosa della Restoration Law, legata al recupero degli ecosistemi danneggiati, e la realizzazione di piani di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici integrati con la pianificazione ordinaria del territorio. Fondamentale è anche la partecipazione attiva di cittadini, associazioni e istituzioni in processi di co-gestione e programmazione negoziata.
Le iniziative promosse da Legambiente in tutta Italia mirano a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza delle zone umide non solo come riserve di biodiversità ma anche come patrimoni culturali e ambientali fondamentali per il benessere del pianeta e delle future generazioni.






