L’Inps ha documentato la stagnazione dei salari reali nel settore privato italiano, con una serie storica che copre il 1975-2024. Il Rapporto annuale, curato da Maria De Paola e Fabiano Schivardi, ha ricostruito la dinamica salariale utilizzando gli archivi dei lavoratori dipendenti e calcoli al netto dell’inflazione.
Ne emerge che la crescita media è scesa da circa +3% nel 1976-79 a valori prossimi allo zero tra 1996 e 2000, con oscillazioni attorno allo zero nei decenni successivi e un minimo nel 2020-24: contrazione media di circa -0,6%, attribuita in larga misura all’alta inflazione del 2022-23.
L’analisi indica che il rallentamento è iniziato già nei primi anni Ottanta e lega la curva salariale alla produttività: «la crescita dei salari ha storicamente seguito quella della produttività», mentre la produttività «è rimasta sostanzialmente stagnante».
Dinamica dei salari reali e legame con la produttività
La ricostruzione, come riporta il Corriere della Sera, mostra una progressiva perdita di slancio: la crescita media dei salari reali è passata da +3% a livelli prossimi allo zero alla fine degli anni Novanta; negli anni Duemila e nell’ultimo decennio la dinamica è rimasta sostanzialmente piatta. Il punto più debole si registra nel 2020-24, quando l’aumento dei prezzi ha eroso il potere d’acquisto, fissando una media di circa -0,6%. L’Istituto collega la traiettoria al blocco della produttività: quando la produttività non avanza, anche i salari reali tendono a fermarsi, confermando il parallelismo storico sottolineato dagli autori.
Contributo delle imprese e struttura del mercato
Gli autori distinguono tre fasi e due blocchi di fattori: imprese e lavoratori. Nella fase iniziale, il rallentamento è «interamente spiegato dalla riduzione della crescita dei salari all’interno delle imprese esistenti». Dagli anni Novanta, invece, sia la componente legata alle imprese sia quella legata ai lavoratori hanno contribuito in senso negativo. In questo passaggio non si osservano contributi positivi da tre possibili meccanismi di riequilibrio:
- spostamento dei lavoratori verso aziende con salari più elevati;
- espansione di imprese più produttive e meglio retribuite;
- uscita dal mercato delle aziende con retribuzioni più basse sostituite da imprese che offrono salari più alti.
La fotografia aziendale si completa con un tratto ricorrente: le imprese entranti tendono a offrire salari inferiori alla media. Questo fenomeno «si è accentuato soprattutto a partire dal 2004», in parallelo con una maggiore presenza di attività a bassa produttività, in particolare nei servizi a ridotto contenuto tecnologico. La combinazione riduce l’effetto di selezione e rimescolamento che in altri contesti sostiene i salari medi, perché l’ingresso e la crescita non spingono verso l’alto la distribuzione delle retribuzioni.
Lavoratori, contratti e impatto generazionale
Dal lato dei lavoratori, il Rapporto attribuisce peso alla maggiore presenza di nuovi entranti con salari «sistematicamente più bassi rispetto ai lavoratori già occupati», una tendenza che si è intensificata dai primi anni Novanta. Gli autori collegano il quadro alla diffusione di forme contrattuali atipiche e alla crescente difficoltà dei giovani ad accedere a posizioni di qualità, pur essendo «più istruiti». Le riforme del mercato del lavoro hanno concentrato la flessibilità sui neoassunti, lasciando sostanzialmente invariate le tutele degli insider: effetti evidenziati riguardano la continuità contrattuale, l’accumulo di esperienza e il potere negoziale, tre variabili che incidono direttamente sulla dinamica dei salari reali lungo l’arco delle carriere.
Nel complesso, l’Inps inquadra la stagnazione salariale come un fenomeno di lungo periodo legato a fattori strutturali che coinvolgono imprese e lavoratori. L’analisi del periodo 1975-2024 e i grafici allegati illustrano l’andamento dei salari reali lungo l’intero arco temporale considerato.
