George Clooney riceverà il Leone d’oro alla carriera nel corso dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, in programma dal 2 al 12 settembre. Un riconoscimento accolto dall’attore con parole di gratitudine, in cui ha definito la Mostra il proprio festival preferito, scherzando sul fatto che un premio alla carriera sia anche il segno inevitabile del tempo che passa. Per il direttore Alberto Barbera, il premio celebra la figura di un artista completo, capace di muoversi con la stessa naturalezza sia davanti che dietro la macchina da presa.
Il debutto a Venezia nel segno di Soderbergh
Il legame tra Clooney e la Mostra affonda le radici nel 1998, quando l’attore arrivò in laguna per presentare “Out of Sight” di Steven Soderbergh, al fianco di Jennifer Lopez. All’epoca il pubblico lo conosceva soprattutto come il dottor Doug Ross della serie tv “E.R.”, un ruolo che rischiava di ingabbiarlo in una sola immagine televisiva. Fu proprio quel film, con il suo tono da noir contemporaneo venato di ironia, a dimostrare che Clooney poteva reggere il peso di un ruolo da protagonista sul grande schermo. Da quel momento i suoi ritorni al Lido si sono susseguiti con una costanza rara per una star hollywoodiana: nel 2000 con la commedia on the road “Fratello, dove sei?” dei fratelli Coen, e nel 2003 con “Prima ti sposo, poi ti rovino”, sempre firmato dai Coen, al fianco di Catherine Zeta-Jones, quando ormai l’attore si era pienamente affermato.
Da interprete a regista: il Leone per la sceneggiatura
Il 2005 segna una svolta importante nel rapporto tra Clooney e la Mostra, con l’arrivo alla Biennale anche nelle vesti di regista grazie a “Good Night, and Good Luck”, il film dedicato allo scontro tra il giornalista Edward R. Murrow e il senatore Joseph McCarthy. In quell’occasione Venezia gli assegna il premio per la migliore sceneggiatura, consacrandolo definitivamente anche come autore. La pellicola arriverà poi a totalizzare sei candidature agli Oscar, tra cui quelle per la regia e la sceneggiatura originale, senza però portare a casa alcuna statuetta: il riconoscimento veneziano resta dunque l’unico ottenuto per quel film. Negli anni successivi Clooney torna al Lido con altri titoli significativi: nel 2007 con il thriller legale “Michael Clayton”, che gli vale la quarta candidatura all’Oscar come attore, nel 2008 con la commedia nera “Burn After Reading” al fianco di Brad Pitt, e nel 2009 con “L’uomo che fissa le capre”, presentato insieme all’allora compagna Elisabetta Canalis, la cui presenza catalizzò per settimane l’attenzione dei rotocalchi italiani. Nel 2013 arriva invece “Gravity” di Alfonso Cuarón, accanto a Sandra Bullock, film di apertura di quell’edizione e successivamente trionfatore nelle categorie tecniche degli Oscar.
Il legame con l’Italia e l’impegno civile di George Clooney
Il rapporto tra Clooney e il nostro Paese va ben oltre il tappeto rosso della Mostra: c’è la sua residenza sul lago di Como, meta abituale delle estati dell’attore, e c’è ancora Venezia, scelta nel 2014 per il matrimonio con l’avvocatessa per i diritti umani Amal Alamuddin, cerimonia che per giorni catalizzò l’attenzione mediatica internazionale. Tra le apparizioni più recenti al Lido figurano “Wolfs”, ancora al fianco di Brad Pitt, e “Jay Kelly” di Noah Baumbach, film in cui interpreta un attore hollywoodiano alle prese con i bilanci della propria vita, ruolo carico di rimandi al proprio percorso artistico. Il Leone d’oro alla carriera si aggiunge ai due premi Oscar già vinti da Clooney, quello come attore non protagonista per “Syriana” e quello come produttore per “Argo”. Al di fuori del cinema, l’attore mantiene da anni un forte impegno umanitario sui diritti umani e sulle crisi in Darfur e Sudan, che gli è valsa la nomina a Messaggero di Pace delle Nazioni Unite. Da tempo protagonista anche del dibattito pubblico americano e vicino al Partito Democratico, Clooney ha sostenuto le campagne di Barack Obama e Joe Biden, salvo sorprendere gli stessi democratici nel 2024 con un editoriale sul New York Times in cui chiedeva a Biden di ritirarsi dalla corsa presidenziale dopo il confronto televisivo con Donald Trump. Da allora il rapporto con l’attuale presidente si è fatto sempre più teso, tra attacchi reciproci su libertà di stampa, diritti civili e politica estera, temi che peraltro attraversano da sempre anche la filmografia dell’attore, da “Good Night, and Good Luck” fino a “Le idi di marzo” e “Suburbicon”.
