Luigi Di Maio ha parlato a Bruxelles, in vista del suo quarantesimo compleanno. Nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera ha ripercorso i passaggi chiave della sua carriera, dall’immagine antisistema alla vicepremier e poi ministro degli Esteri, ha richiamato il voto del 25 settembre 2022 e — ha detto — «Il 22 ottobre 2022 è stato il giorno in cui ho messo a fuoco quello che mi era successo», ricostruendo i tre governi, la scissione interna, il flop elettorale di Impegno Civico , il trasferimento a Berlino e la decisione di ricominciare attorno alla famiglia.
Di Maio ha richiamato più volte il 2018 e la fase della trattativa con la Lega per il governo gialloverde. Ha raccontato un episodio pratico: la proposta di scrivere parte del contratto di governo a Milano e la discussione vicino alla macchinetta del caffè al Pirellone. «Poi, prendendo atto dell’impasse, decidemmo per la soluzione di Conte premier», ha ricordato, attribuendo a quella scelta un ruolo decisivo nella composizione dell’esecutivo.
Ha ripercorso anche la formazione del suo profilo istituzionale: vicepresidente della Camera a 26 anni, due legislature alla Camera, tre ministeri in breve tempo. Ha riconosciuto limiti personali e la necessità di studiare; alla Farnesina, ha detto, faceva lezioni d’inglese ogni mattina e tre settimane dopo era già titolare di bilaterali all’Onu.
La sconfitta del 2022: scatoloni, Berlino, 0,6%
Il capitolo più netto riguarda la sconfitta del 2022. Di Maio ha ricordato di avere fatto gli scatoloni al ministero e a casa nel giorno della débâcle elettorale. «Il voto del settembre 2022 fu un bagno di realtà. Persi tutto», ha raccontato: la percentuale del nuovo soggetto politico che guidò, 0,6%, è rimasta per lui una cifra spartiacque. Dopo il distacco è volato a Berlino, dove ha ricominciato e dove ha incontrato Alessia, «la svolta della mia vita», come l’ha definita testualmente: «La svolta della mia vita è stata Alessia, il mio amore».
Nella ricostruzione non mancano i passaggi sulle tensioni interne: gli strappi con Beppe Grillo, con Alessandro Di Battista e con figure storiche del Movimento — nomi che ha citato e ai quali ha rivolto giudizi pubblici. Ha ammesso di avere reagito, a suo modo, quando Grillo lanciò attacchi dopo il 2022: «Sono stato costretto a rispondergli pubblicamente», ha detto, ricordando reciproche accuse su consulenze e conti interni al gruppo.
Incarico diplomatico e vita privata tra Bruxelles e Berlino
Oggi Di Maio ha un incarico diplomatico e una presenza europea: vive tra Bruxelles e Berlino, insegna al King’s College e cura rapporti con leader internazionali; nel suo ufficio ha fotografie con Sergio Mattarella, Mario Draghi, re Carlo ed emiri arabi, ha riferito. Sul piano personale ha messo in chiaro la priorità nuova: «Oggi non mi chiedo più se sto facendo bene il ministro, ma se sono un buon padre», ha detto, parlando della compagna, della figlia di lei Amylia e del figlio Gabriel.
Sulle scelte di governo ha rivendicato il reddito di cittadinanza come un’opera di cui è orgoglioso, pur riconoscendo errori nell’attuazione: «Andava fatto diversamente, con più controlli», ha ammesso. Sul rapporto con gli altri protagonisti della stagione politica ha offerto giudizi netti ma concreti: ha detto che Conte ha ottenuto molto insieme a lui e che, quando lo capirà, «sarà in pace».
Ha ricordato anche il viaggio in Russia, pochi giorni prima dell’invasione dell’Ucraina, come uno dei momenti più delicati del suo mandato di ministro: briefing diplomatici e militari con nomi e circostanze che ha ricostruito nel dettaglio.
La conversazione si è chiusa con una nota pratica. Di Maio ha ribadito di vivere tra Bruxelles e Berlino e, dopo avere parlato per oltre un’ora del passato e del presente, ha detto che deve partire: «Adesso mi scusi perché devo volare là, dalla mia famiglia», ha concluso, indicando la famiglia come il centro della sua nuova vita.
