I robotaxi non appartengono più alla fantascienza. In alcune città sono già entrati nella quotidianità: si prenotano da un’app, arrivano senza autista, aprono le portiere e portano i passeggeri a destinazione seguendo mappe, sensori e algoritmi. Una scena che fino a pochi anni fa sembrava futuristica, oggi è uno dei fronti più concreti della nuova mobilità.
La domanda, però, resta aperta: siamo davanti a una rivoluzione destinata a cambiare il trasporto urbano o all’ennesima promessa tecnologica più lenta del previsto?
Secondo un report di Boston Consulting Group, il settore ha ormai superato la fase della semplice sperimentazione. Il calo dei costi, il miglioramento dei software e l’esperienza accumulata nelle prime città pilota stanno rendendo i taxi autonomi un mercato sempre più reale. Entro il 2035, nel mondo potrebbero circolare oltre un milione di robotaxi. Nello scenario più ottimistico, la cifra potrebbe salire fino a tre milioni.
Usa e Cina guidano la corsa
La crescita, però, sarà tutt’altro che uniforme. La Cina potrebbe arrivare a circa 850.000 robotaxi entro il 2035, mentre gli Stati Uniti potrebbero raggiungere quota 350.000. L’Europa, invece, rischia di fermarsi molto più indietro, intorno alle 120.000 unità.
Il motivo non è soltanto industriale. Stati Uniti e Cina hanno iniziato prima, hanno investito di più e possono contare su aree urbane spesso più adatte alla guida autonoma: strade larghe, quartieri pianificati, percorsi più regolari e una maggiore disponibilità politica a sperimentare.
In Europa lo scenario è diverso. Le città sono più antiche, dense e irregolari. Per un software di guida autonoma, muoversi tra rotonde, vicoli, carreggiate strette, zone pedonali, piste ciclabili e centri storici è molto più complesso che attraversare lunghi viali americani o quartieri costruiti secondo una pianificazione moderna.
Il freno europeo: regole, burocrazia e costi
A rallentare il Vecchio Continente non sono solo le strade. C’è soprattutto il nodo delle regole.
In Europa il quadro normativo è frammentato: ogni Paese ha procedure, autorizzazioni e limiti diversi. Questo rende più difficile per gli operatori costruire un modello scalabile, cioè replicabile rapidamente da una città all’altra.
Secondo le stime citate da BCG, l’avvio di un servizio di robotaxi in una singola città richiede investimenti iniziali tra 15 e 30 milioni di dollari. Ma i tempi cambiano molto a seconda dei mercati: in Cina può bastare circa un anno, negli Stati Uniti un anno e mezzo, mentre in Europa si possono superare i due anni soltanto per superare gli ostacoli burocratici.
Alcuni test, comunque, sono già iniziati. A Londra si muovono operatori come Waymo e Wayve, mentre Baidu guarda anche alla Svizzera. Wayve, startup britannica specializzata nella guida autonoma, ha inoltre firmato un accordo con Stellantis per sviluppare soluzioni di mobilità senza conducente di livello 4, cioè capaci di operare senza intervento umano in determinate condizioni.
La questione sicurezza e il peso dei dati
C’è poi un aspetto meno visibile ma decisivo: i dati.
Un robotaxi non è solo un’auto che si guida da sola. È anche una macchina che osserva, registra e interpreta l’ambiente circostante attraverso telecamere, radar, lidar e sistemi di mappatura. Questo significa raccogliere informazioni sulle strade, sugli edifici, sui flussi urbani e sui comportamenti di mobilità.
Per questo l’espansione delle aziende cinesi in Europa potrebbe incontrare resistenze politiche e strategiche. Il tema non riguarda soltanto la sicurezza stradale, ma anche la sovranità tecnologica e la gestione di informazioni sensibili.
Non è un caso che molti operatori cinesi stiano trovando terreno più favorevole in Medio Oriente, dove alcune città offrono condizioni ideali: grandi arterie, urbanistica regolare, clima secco e forte disponibilità a investire in tecnologie futuristiche.
Il prezzo può cambiare tutto
Per gli utenti, il vero punto di svolta potrebbe essere economico.
Oggi un viaggio in robotaxi resta ancora costoso: in alcuni casi si parla di oltre 8 dollari al chilometro. Ma gli operatori puntano a una drastica riduzione dei prezzi. Le stime indicano un possibile calo fino a circa 0,70 euro al chilometro, una cifra potenzialmente più bassa rispetto alle tariffe dei taxi tradizionali in città come Milano o Roma.
Se questo scenario si realizzasse, i robotaxi potrebbero diventare una vera alternativa al trasporto urbano classico. Meno costi per il personale, flotte operative più a lungo e gestione ottimizzata degli spostamenti sono gli elementi su cui il settore scommette.
Ma il prezzo non basta.
La barriera più difficile resta la fiducia
Salire su un’auto senza conducente richiede un salto psicologico. In Cina, secondo i dati citati da BCG, circa il 60% degli utenti sarebbe già disposto a farlo. In Europa e negli Stati Uniti la quota scende al 30-35%.
La diffidenza non è sorprendente. Affidare la propria sicurezza a un algoritmo resta, per molti, una scelta difficile. Ogni incidente, rallentamento o errore di manovra rischia di pesare molto più di milioni di corse concluse senza problemi.
Per questo la vera sfida dei robotaxi sarà conquistare fiducia chilometro dopo chilometro, dimostrando affidabilità, sicurezza e convenienza.
In Italia, l’arrivo su larga scala sembra ancora lontano. Le città complesse, il dibattito sempre acceso sui taxi e la prudenza regolatoria potrebbero allungare i tempi. Ma pensare che il Paese resterà completamente fuori da questa trasformazione sarebbe poco realistico.
La rivoluzione senza conducente è già partita. Resta da capire se l’Europa deciderà di accelerare o se continuerà a guardare gli altri passare, questa volta davvero, dal finestrino.
