22 giugno 2026 – La battaglia tra Extinction Rebellion e Leonardo si sposta ancora una volta dalle aule giudiziarie alle strade di Torino. Nella giornata del 22 giugno il movimento ambientalista ha affisso una serie di maxi-manifesti nella zona di piazza Massaua, a pochi passi dall’area in cui sorge uno degli stabilimenti del gruppo industriale, rilanciando le accuse contro l’industria degli armamenti e denunciando il legame tra crisi climatica e conflitti armati.
Le affissioni vengono presentate dagli attivisti come una risposta diretta a Leonardo e al procedimento che coinvolge quattro esponenti del movimento accusati di imbrattamento per l’azione dimostrativa realizzata nel marzo 2025 sullo stabilimento di corso Marche.
L’iniziativa arriva in una data particolarmente significativa: proprio oggi si tiene infatti la camera di consiglio al Tribunale di Torino tra i legali di Extinction Rebellion e quelli di Leonardo. Al centro della valutazione dei giudici c’è la decisione se portare a processo, con l’accusa di imbrattamento, le quattro persone che salirono sulla ciminiera dello stabilimento scrivendo a grandi lettere “Life Not War”.
I manifesti e il messaggio contro l’industria bellica
Nei manifesti comparsi a Torino è raffigurato un dirigente dell’azienda in giacca e cravatta davanti a uno scenario caratterizzato da distruzione, macerie e paesaggi aridi, accompagnato dalla scritta “Ecovandali”. Sullo sfondo compare anche la ciminiera dello stabilimento di corso Marche, già teatro della protesta del 2025.
Secondo Extinction Rebellion, l’immagine rappresenta in modo esplicito il legame tra industria bellica, devastazione ambientale e crisi globale. L’obiettivo dichiarato è ribaltare l’accusa di vandalismo spesso rivolta agli attivisti e indirizzarla invece verso chi trae profitto dalla produzione e dalla vendita di armamenti.
Nella nota diffusa dal movimento si legge che gli attivisti sono tornati nel quartiere dove ha sede una delle principali aziende italiane della difesa, partecipata dallo Stato, per richiamare l’attenzione degli abitanti sul ruolo che Leonardo ricopre nel settore militare. Extinction Rebellion accusa inoltre l’azienda, insieme a quello che definisce il sostegno del governo italiano, di produrre e vendere armamenti impiegati in conflitti che provocano devastazioni sui territori e sulle popolazioni coinvolte.
Da qui nasce anche lo slogan scelto per la campagna: “Ecovandalo è chi produce armi”. Il movimento sostiene infatti di voler ribaltare l’accusa di imbrattamento contestata ai quattro attivisti e attribuire simbolicamente il termine “ecovandalo” a chi, secondo la sua interpretazione, contribuisce ai danni ambientali e umanitari legati alle guerre.
Il contesto: Torino, la difesa e la Città dell’Aerospazio
Lo scontro assume un significato particolare nel capoluogo piemontese. Negli ultimi anni Torino ha rafforzato il proprio ruolo come polo dell’aerospazio e della difesa, settore destinato a crescere ulteriormente con il progetto della Città dell’Aerospazio, previsto nell’area di corso Marche.
Secondo Extinction Rebellion, questo sviluppo rappresenta un segnale della crescente centralità dell’industria militare nelle strategie industriali italiane ed europee. La protesta si inserisce inoltre in un dibattito più ampio che riguarda l’aumento delle spese per la difesa in Europa, i conflitti internazionali e le priorità degli investimenti pubblici tra sicurezza, transizione ecologica e welfare.
La questione della libertà di protesta
Al centro della vicenda non c’è soltanto il confronto politico tra attivisti e industria della difesa. La decisione che dovrà essere assunta dai giudici sul caso “Life Not War” viene osservata con attenzione anche perché tocca il delicato equilibrio tra tutela della proprietà privata, rispetto della legge e diritto alla protesta.
Per Extinction Rebellion, il procedimento rappresenta un esempio di repressione del dissenso. Per Leonardo, invece, la questione riguarda la tutela delle proprie strutture e il rispetto delle norme. Il risultato è uno scontro che va oltre il singolo episodio e che continua ad alimentare il confronto pubblico su ambiente, guerra e libertà di manifestazione.
