Gli scienziati che monitorano l’isola Heard hanno registrato la morte di oltre 13.000 cuccioli di elefante marino meridionale tra agosto e gennaio. Le analisi effettuate tra ottobre e gennaio hanno attribuito la mortalità al virus H5N1, con riscontri positivi in più specie. La perdita stimata supera il 75% dei cuccioli presenti sull’isola.
Sulla base dei conteggi condotti in campo, su una coorte stimata di circa 17.000 cuccioli di elefante marino meridionale, i ricercatori hanno individuato circa 13.000 carcasse nel periodo considerato. I test di laboratorio su campioni selezionati hanno confermato la presenza del ceppo H5N1, mentre venivano segnalati decessi anomali anche tra pinguini e otarie.
Mortalità, campionamenti e specie colpite
I team di ricerca hanno legato il picco di mortalità alla positività all’H5N1 rilevata nei campioni raccolti tra ottobre e gennaio e alla coincidenza temporale tra i decessi e i campionamenti. L’impatto non si è limitato agli elefanti marini: tra le specie con riscontri positivi o decessi anomali compaiono pinguini reali, pinguini Papua, otaria orsina antartica e petrello tuffatore di South Georgia. La progressione è risultata rapida: le osservazioni sul terreno durante le attività di monitoraggio hanno documentato, nell’arco di pochi mesi, l’aumento dei casi letali in più colonie e in specie differenti.
Secondo gli autori, il quadro complessivo — conteggio delle carcasse, analisi virologiche e andamento temporale — indica l’H5N1 come principale responsabile delle perdite osservate. Il dato percentuale della mortalità tra i cuccioli, superiore al 75%, fotografa un evento senza precedenti noti per l’isola nel periodo riproduttivo considerato.
Rotte migratorie e ipotesi di ingresso del virus
L’ipotesi di lavoro è che il virus sia stato introdotto nell’arcipelago da uccelli migratori provenienti dalle isole Crozet, territorio francese distante circa 1.800 chilometri da Heard. A supporto, i ricercatori richiamano la distribuzione temporale dei focolai lungo le rotte migratorie note e i risultati dei campionamenti.
Le isole Heard e McDonald ospitano oltre un milione di uccelli marini e numerose colonie di mammiferi. La vicinanza fisica tra specie diverse durante le stagioni riproduttive è considerata un fattore che può favorire la trasmissione interspecifica. Dopo l’introduzione sospetta, la mortalità ha mostrato una progressione rapida: le campagne di monitoraggio tra ottobre e gennaio hanno registrato l’estensione dei casi in più siti e in diverse specie.
Misure australiane e sorveglianza
Il ministro australiano dell’Ambiente, Murray Watt, ha definito la situazione «inquietante» e ha richiamato la necessità di mantenere alta l’attenzione sui territori insulari e antartici amministrati dall’Australia. Le autorità sottolineano che, al momento, il continente australiano resta l’unica grande massa terrestre a non aver riportato casi del ceppo H5N1 sul territorio continentale. Per questo la sorveglianza è stata rafforzata nelle aree di competenza australiana.
Il Programma Antartico Australiano ha comunicato il potenziamento di monitoraggi, sopralluoghi e campionamenti mirati per individuare eventuali nuovi focolai. L’obiettivo operativo è duplice: intercettare tempestivamente la circolazione del virus nelle colonie e consolidare la base di dati per definire con maggiore precisione l’andamento dell’epidemia nella fauna selvatica locale.
Il quadro globale dell’H5N1
L’H5N1 è noto per la capacità di infettare un ampio spettro di ospiti e per la circolazione tra uccelli selvatici e allevati. La letteratura scientifica ha documentato episodi di spillover verso mammiferi e, in casi limitati, infezioni umane a partire dalla fine degli anni Novanta. In passato, focolai di H5N1 hanno colpito vaste popolazioni di pollame e, in alcune aree, sono stati associati a casi umani con alti tassi di mortalità.
La dinamica osservata sull’isola Heard si inserisce in una diffusione più ampia del virus tra popolazioni di fauna selvatica in aree remote, dove le rotte migratorie e le concentrazioni stagionali possono facilitare la propagazione. Il monitoraggio in corso prevede tre linee di lavoro verificabili: completare le analisi di laboratorio sui campioni raccolti, intensificare l’osservazione delle colonie per registrare eventuali nuove perdite e testare specie non ancora esaminate. Sono programmate ulteriori analisi e sopralluoghi nelle prossime settimane.
