Il 14 maggio 2026, a Pechino, Donald Trump e Xi Jinping si sono seduti faccia a faccia per la settima volta. Lo scenario? Un tavolo carico di tensioni: Taiwan in primo piano, dazi commerciali che pesano come macigni, e la delicata questione dell’Iran, con lo Stretto di Hormuz che tiene il respiro sospeso. Nessuno dei due ha nascosto la preoccupazione. Hanno parlato di evitare scontri distruttivi, puntando a una collaborazione pratica, ma tra le righe si leggeva un messaggio chiaro: la competizione resta, e con essa, una sorveglianza reciproca che non lascia spazio a fraintendimenti. La posta in gioco? Altissima.
Quella di Trump è stata la prima visita ufficiale in Cina dopo quasi dieci anni, un dettaglio che Xi Jinping ha rimarcato più volte all’apertura del summit nella Grande Sala del Popolo. Il presidente cinese ha tenuto un discorso lungo e misurato, mettendo in chiaro che il rapporto tra Stati Uniti e Cina è «a un bivio». Ha richiamato il concetto della Trappola di Tucidide, ovvero la forte probabilità che un conflitto esploda tra una potenza in ascesa e quella dominante. Xi ha lanciato un appello a Trump: «lasciamo da parte la rivalità, lavoriamo insieme per evitare uno scontro devastante.»
L’arrivo di Trump è stato accolto con una cerimonia ufficiale, tra inni nazionali e parata militare, in un’atmosfera solenne e carica di significati. La stretta di mano tra i due sulla scalinata del maestoso edificio ha confermato l’importanza dell’appuntamento, pur mantenendo un tono pragmatico. Trump ha mostrato apprezzamento per la cultura cinese e per i giovani che lo hanno accolto all’aeroporto, parlando di un «futuro fantastico» da costruire insieme.
Accanto ai due leader, sedevano figure chiave dei rispettivi governi e delegazioni di importanti imprenditori, protagonisti nella partita degli investimenti e del commercio. Tra loro, nomi come BlackRock, Apple, Boeing, Meta e Visa, pronti a spingere per maggiori aperture del mercato cinese. Dal lato americano, si è sottolineato che questo dovrebbe tradursi in nuovi acquisti da parte della Cina di prodotti statunitensi di alto livello.
Guerra Iran, Hormuz e Taiwan
Nel corso del colloquio a porte chiuse, Xi Jinping ha puntato il dito sulla questione più spinosa: Taiwan. L’ha definita «la più importante» per le relazioni bilaterali, avvertendo che una gestione sbagliata potrebbe far scattare un conflitto aperto. Ha chiesto a Trump di ridurre la vendita di armi all’isola. Washington non ha reso pubblica la risposta durante il summit, mentre Taipei ha subito ringraziato per il sostegno americano e ha respinto le accuse di Pechino, definendo la Cina la vera minaccia nella regione.
Il nodo Taiwan resta dunque centrale per entrambi. Nei giorni prima dell’incontro, Trump aveva lasciato aperta la possibilità di rivedere la vendita di armamenti, provocando reazioni di allarme bipartisan a Washington. L’amministrazione ha definito i colloqui «positivi», senza però toccare pubblicamente il tema Taiwan. Intanto il Congresso americano continua a mantenere una linea di ambiguità strategica, cercando di bilanciare deterrenza e dialogo.
Dazi, Iran e relazioni commerciali: i nodi sul tavolo
Il summit ha offerto anche l’occasione per riprendere il confronto sulla guerra commerciale iniziata nel 2018, con dazi e ritorsioni che pesano sulle economie di entrambi. Nelle settimane scorse, delegazioni di Stati Uniti e Cina si sono incontrate in Corea del Sud per lavorare a un’intesa su acquisti importanti di prodotti americani, come aerei Boeing e soia, e per mettere a punto un organismo che monitori gli impegni presi.
Proprio il giorno del vertice è arrivata la notizia che Pechino ha rinnovato le licenze di esportazione per centinaia di aziende americane produttrici di carne, sbloccando un mercato fermo da marzo 2025. Una mossa che conferma una certa volontà di trovare un compromesso concreto, nonostante le rivalità.
Sul fronte geopolitico, gli Stati Uniti hanno sollevato il problema dello Stretto di Hormuz, dove l’embargo imposto da Washington sull’Iran blocca le esportazioni verso la Cina. Marco Rubio, segretario di Stato, ha chiesto un ruolo più attivo di Pechino per far cadere il blocco iraniano, sperando che la Cina non metta il veto a una futura risoluzione ONU contro Teheran. La sicurezza di questo passaggio è fondamentale per gli interessi commerciali di entrambi e incide direttamente sulla stabilità energetica globale.
Tra cautela e pragmatismo: cosa ci dice il vertice
Il vertice di maggio 2026 mostra una strategia diplomatica improntata alla cautela, con l’obiettivo di abbassare le tensioni e costruire una cooperazione pratica tra due potenze che si sfidano su scala globale. Xi e Trump hanno dato segnali chiari di voler tenere aperti i canali diplomatici, pur sapendo che molte questioni sul tavolo sono ancora estremamente delicate e potenzialmente esplosive.
Gli osservatori guardano con attenzione alla capacità dei leader di trasformare le parole in fatti concreti, in un mondo che cambia rapidamente. Mentre gli imprenditori puntano gli occhi sulle aperture di mercato e sulle opportunità di investimento, i temi legati alla sicurezza e alla sovranità restano fonte di forti tensioni.
Questo summit conferma che il rapporto tra Stati Uniti e Cina si gioca su un filo sottile, tra competizione e collaborazione, con la pressione costante di fattori regionali, economici e militari. Nei prossimi mesi si vedrà se il dialogo potrà davvero superare i contrasti e aprire una nuova fase nelle relazioni internazionali.
