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Cappato e altri si autodenunciano per il caso Oppelli

Gli attivisti chiedono chiarezza sulle responsabilità istituzionali dopo il diniego al suicidio assistito per Martina Oppelli, riaccendendo il dibattito su diritti e normative

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Marco Cappato, il tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni

Marco Cappato | Photo by Associazione Luca Coscioni licensed under CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0/deed.en) - Alanews.it

Marco Andreoli di Marco Andreoli

Classe 1999, ho studiato Storia alla Statale di Milano. Dal 2021 scrivo per diverse testate, dal calcio dilettantistico per Sprint e Sport, alla cronaca nazionale per Il Giornale d'Italia, mantenendo anche un focus particolare sugli Esteri.

Trieste, 26 marzo 2026 – Otto mesi dopo la morte di Martina Oppelli, la donna triestina affetta da sclerosi multipla che si è recata in Svizzera per il suicidio assistito dopo ripetuti dinieghi delle autorità sanitarie italiane, si apre un nuovo capitolo giudiziario e politico. Oggi, infatti, Marco Cappato e altre tre persone che hanno supportato Martina nel suo viaggio e nella battaglia legale per il riconoscimento dei requisiti per il suicidio assistito in Italia si sono autodenunciati presso la questura di Trieste.

La battaglia legale e le motivazioni dell’autodenuncia

Gli attivisti Felicetta Maltese, Matteo D’Angelo e Claudio Stellari, insieme a Marco Cappato, rappresentante legale di Soccorso Civile e tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, hanno deciso di assumersi pubblicamente la responsabilità di aver aiutato Martina Oppelli a raggiungere la Svizzera, dove è morta il 31 luglio 2025. L’avvocata Filomena Gallo, legale di Oppelli e segretaria nazionale della Coscioni, ha ribadito che sussistevano tutti i requisiti per il suicidio assistito in Italia, ma l’Azienda sanitaria universitaria Giuliano Isontina (Asugi) ha negato per tre volte tale possibilità.

Prima della partenza, Martina Oppelli aveva depositato una denuncia-querela contro Asugi per omissione d’atto d’ufficio e tortura, contestando il trattamento giudicato “inumano e degradante” subito a causa del diniego sanitario. Il procedimento penale era stato archiviato, ma oggi l’autodenuncia di Cappato e degli altri mira a far emergere se la negazione fosse ingiustificata e se chi ha emesso i dinieghi debba assumersi le proprie responsabilità.

Le condizioni cliniche di Martina Oppelli e il contesto normativo

Martina Oppelli, malata di sclerosi multipla da oltre vent’anni, era totalmente dipendente dall’assistenza continua di caregiver e da dispositivi medici come la macchina per la tosse, senza i quali non avrebbe potuto sopravvivere. Nonostante la sentenza della Corte costituzionale n. 242/2019 che ha stabilito criteri specifici per il suicidio medicalmente assistito, l’Asugi ha negato la presenza del requisito del “trattamento di sostegno vitale”, ignorando anche la successiva sentenza n. 135/2024 che definisce in modo estensivo tale parametro.

La vicenda di Oppelli ha sollevato un acceso dibattito politico, con accuse rivolte al presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, per aver ostacolato il diritto all’autodeterminazione nel fine vita. Oggi, l’autodenuncia pubblica di Cappato e dei suoi compagni si inserisce in questo contesto di contestazione e richiesta di chiarezza sulle responsabilità istituzionali e sanitarie.

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