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Giornata contro la violenza sulle donne, Gualtiero Nicolini: “La TV cerca il torbido, non chi aiuta davvero le vittime”

Il responsabile Progetti e Sviluppo dell’associazione 'Scarpetta Rossa APS' racconta criticità, fallimenti del sistema e cosa serve davvero alle vittime per chiedere aiuto

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Gualtiero Nicolini, responsabile Progetti e Sviluppo di Scarpetta Rossa APS

Instagram, @scarpetta_rossa_aps_official

Giacomo Camelia di Giacomo Camelia

Nato a Carate Brianza nel 2000, laureato in Scienze Umanistiche per la Comunicazione presso l’Università degli Studi di Milano. Lavoro come redattore web dal 2024. Adoro il cinema e la musica anche se la mia passione più grande riguarda lo sport, il calcio in particolare

Un’analisi lucida, che mette al centro non lo slogan del giorno, ma ciò che serve davvero alle donne per trovare il coraggio di chiedere aiuto. In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, Alanews ha intervistato Gualtiero Nicolini, responsabile Progetti e Sviluppo di Scarpetta Rossa APS, realtà che da anni offre supporto diretto alle vittime di abusi e maltrattamenti. Nicolini descrive un settore ricco di competenze ma frammentato, dove la comunicazione pubblica spesso rischia di allontanare chi dovrebbe avvicinare e dove il sistema – pur dotato di strumenti legislativi importanti – continua a incepparsi nei collegamenti tra istituzioni, forze dell’ordine e territorio.

Delle scarpe rosse, simbolo della violenza sulle donne
Delle scarpe rosse, simbolo della violenza sulle donne | Pixabay @Luca – Alanews.it

Qual è l’aspetto del vostro lavoro che vorrebbe diventasse parte del “messaggio pubblico” relativo a questa Giornata?

“Principalmente che pur essendo tantissime associazioni, centri anti violenza, movimenti femministi, ecc. diciamo che ognuno si muove indipendentemente. Ci dovrebbe essere invece un’unità maggiore, lasciando da parte quelli che potrebbero essere interessi di natura sessista, politica, economica. Una cosa che purtroppo si verifica. Noi abbiamo scelto di essere indipendenti, fuori da ogni rete proprio per questo motivo. Noi siamo legati a un volontariato vecchio stile, di generale tradizionale, quindi preferiamo stare da soli o collaborare con associazioni simili alle nostre”.

Qual è l’ostacolo meno visibile, ma più ricorrente, che incontrate quando cercate di aiutare una donna a uscire da una situazione di violenza? Insomma, ciò che non appare nei racconti pubblici

“Diciamo che il problema è la comunicazione. Mi spiego: la comunicazione sottolinea il ‘denuncia sempre, denuncia sempre’, una cosa che spaventa tantissimo le donne. Noi siamo qui per una politica del ‘chiedi aiuto sempre’ e quindi io focalizzerei il problema nascosto su quello. E’ una comunicazione a nostro avviso ovviamente errata che porta le donne a ritrarsi”.

A livello istituzionale, dove lo Stato sta fallendo nel cercare di arginare questo fenomeno?

“Non è neanche lo Stato in sé, quanto proprio un mancato collegamento tra gli apparati dello stesso. Le leggi, che poi oltretutto vengono sempre approvate all’unanimità quindi non c’è neanche da dire che siano pro uno o l’altro, non sono male. Per esempio il codice rosso, il braccialetto elettronico, per citare i più famosi, sono cose importanti. Tuttavia, al tempo stesso, passando al pratico ogni tanto purtroppo  falliscono e si verificano femminicidi. Serve una maggiore attenzione e soprattutto, tornando al discorso principale, il problema è proprio il collegamento Stato, magistratura, forza dell’ordine e noi che siamo o il primo o l’ultima ruota del carro”.

Per lei, e secondo quanto risulta a Scarpetta Rossa, gli uomini hanno preso coscienza di questo fenomeno problematico o ancora no?

“Secondo me solo in parte. Noi abbiamo un gruppo giovane all’interno di Scarpetta Rossa, quindi gestito da under 30 che comunque si interfacciano, creano contenuti, idee, gestiscono i social e così via. Sono 40-50 persone e c’è solo un ragazzo. Poi magari quando vai nelle scuole, dove facciamo tantissima prevenzione, i ragazzi sono tra i più curiosi, fra quelli che fanno più domande. Quindi direi che parliamo di un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto allo stesso tempo”.

Chi si occupa si occupa d’informazione, dagli articoli di giornale ai talk show, come dovrebbe trattare il problema? In Italia lo stiamo facendo correttamente?

“No. Le faccio un esempio emblematico. Si sente ovunque parlare di Garlasco, di una povera ragazza trucidata e nella stessa frase si parla del famoso ‘Gerry La Rana‘ (soprannome di Massimo Lovati, ex avvocato di Andrea Sempio, ndr). Una cosa che trovo di per sé irrispettosa nella forma, ma detto questo la carta stampata dà anche più spazio a noi associazioni rispetto ai talk show televisivi. Questo perché sono fondamentalmente concentrati solo sul fatto, sul macabro, sul torbido e non parlano mai di chi ce l’ha fatta, di come ce l’ha fatta e soprattutto di chi ha aiutato a farcela. La comunicazione dovrebbe cambiare proprio in tal senso, avere più spazio per noi, non solo Scarpetta Rosse, ma noi che operiamo nel settore. Il tutto per da dare uno spunto alle persone che hanno bisogno di aiuto: dove poterlo chiedere, come poterlo chiedere, mentre queste sono cose che probabilmente ai telespettatori non interessano. Ma le televisioni mandano in onda quello che la gente vuole vedere”.

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