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Radiohead, Thom Yorke: “Nessun concerto in Israele finché governa Netanyahu”

Il leader dei Radiohead ribadisce la sua posizione sul boicottaggio culturale, riaccendendo il dibattito tra musica, politica e diritti umani dopo le tensioni in Medio Oriente

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Thom Yorke, il frontman dei Radioheead

Shutterstock.com

Marco Andreoli di Marco Andreoli

Classe 1999, ho studiato Storia alla Statale di Milano. Dal 2021 scrivo per diverse testate, dal calcio dilettantistico per Sprint e Sport, alla cronaca nazionale per Il Giornale d'Italia, mantenendo anche un focus particolare sugli Esteri.

Londra, 28 ottobre 2025 – Thom Yorke, frontman dei Radiohead, ha riaffermato con fermezza la sua posizione riguardo ai concerti in Israele: “Mai più un’esibizione finché sarà al potere Netanyahu”. Questa dichiarazione, rilasciata al Sunday Times, arriva in un contesto politico e sociale ancora teso, nonostante il recente cessate il fuoco siglato tra Israele e Hamas. La presa di posizione del cantante si inserisce nel dibattito acceso sul boicottaggio culturale e artistico nei confronti del governo israeliano guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu.

La posizione dei Radiohead su Israele

Nel novembre 2025, i Radiohead inizieranno il loro primo tour europeo dopo sette anni, con tappe previste in cinque città, tra cui Bologna. La notizia delle date ha riacceso il dibattito sul boicottaggio culturale promosso dalla Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel, soprattutto in seguito all’annuncio che il chitarrista Jonny Greenwood si sarebbe esibito a Tel Aviv nel 2024. Greenwood, sposato con l’attrice israeliana Sharona Katan, è stato spesso al centro delle critiche per la sua collaborazione con artisti israeliani come Dudu Tassa, ma ha anche partecipato a manifestazioni contro Netanyahu.

In passato, la band aveva già affrontato polemiche per il concerto tenuto a Tel Aviv nel 2017 durante il tour mondiale di A Moon Shaped Pool. All’epoca, Yorke aveva difeso la scelta, respingendo le accuse di appoggio politico e sottolineando la differenza tra suonare in un Paese e sostenere il suo governo. Tuttavia, nell’intervista al Sunday Times, il cantante ha mostrato un certo rimpianto per quella decisione, ammettendo che la situazione attuale e le continue violenze “lo tengono sveglio la notte”.

Impatto sociale e tensioni personali

La posizione di Yorke ha avuto ripercussioni anche nella sua vita personale e artistica. Durante un concerto solista a Melbourne nel 2024, il cantante fu contestato da un attivista filo-palestinese che gli chiedeva conto del suo presunto silenzio sul “genocidio a Gaza”. Yorke abbandonò temporaneamente il palco, definendo l’episodio “sotto shock” e criticando la percezione di complicità che gli veniva attribuita. Ha inoltre bollato Netanyahu e la sua amministrazione come “estremisti da fermare”.

La recente intervista racconta anche un episodio di tensione a Londra, dove Yorke è stato coinvolto in un acceso confronto con un sostenitore del boicottaggio, sottolineando come il conflitto venga spesso strumentalizzato sui social media mentre i veri responsabili “continuano a uccidere persone impunemente”. Il cantante ha definito questa dinamica una “caccia alle streghe” che, pur rispettando lo sgomento, ritiene paradossale essere considerato una vittima in questa vicenda.

Il dibattito sulla responsabilità morale degli artisti nei confronti del conflitto israelo-palestinese resta dunque aperto, con i Radiohead al centro di una discussione che coinvolge cultura, politica e diritti umani.

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