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Piano casa, il Senato dice sì: il decreto è pronto a diventare legge

Il testo, già approvato dalla Camera, ha ora il via libera definitivo del Senato. Un decreto che prevede fondi per il recupero degli alloggi popolari e nuove regole per i progetti edilizi misti mentre le associazioni dei costruttori temono che i vincoli imposti rendano gli investimenti poco sostenibili

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Piano Casa approvato

Parlamento Italian | alanews

Giulia Camuffo di Giulia Camuffo

Classe 2003, Veneta trapiantata a Milano. Ho studiato Relazioni Internazionali e iniziato a scrivere documentando le manifestazioni sul territorio Lombardo. Collaboro con l’agenzia Alanews e con il magazine indipendente Scomodo.

1 luglio 2026 – Il Senato ha dato il via libera definitivo al decreto sul piano casa, dopo che il governo aveva posto la fiducia sul testo. In aula i voti favorevoli sono stati 106, i contrari 62 e gli astenuti due. Il provvedimento, già passato alla Camera nei giorni scorsi, è ora a un passo dal diventare legge dello Stato. Tra i presenti al voto anche il leader della Lega Matteo Salvini, che insieme alla premier Giorgia Meloni ha spinto con decisione per l’approvazione del decreto. Il decreto era stato varato a inizio maggio e deve essere convertito in legge entro il 6 luglio.

Cosa prevede il decreto Piano Casa

Il piano casa nasce per affrontare la crisi abitativa: l’aumento dei costi di mutui e affitti ha reso sempre più difficile, per molte famiglie, mantenere o trovare un’abitazione. L’obiettivo dichiarato è ampliare sia l’offerta di case popolari sia quella degli alloggi pensati per chi ha un reddito troppo alto per accedere all’edilizia popolare ma non riesce comunque a sostenere i prezzi di mercato – una fascia in cui rientrano molti giovani, lavoratori fuori sede e studenti universitari.

Il governo punta a recuperare quote di patrimonio immobiliare pubblico oggi inutilizzato e a incrementare il numero di abitazioni da destinare ad affitti o vendite a prezzi calmierati, aprendo anche al coinvolgimento di capitali privati. Va detto però che, al momento, le risorse effettivamente stanziate nel decreto superano di poco 1,1 miliardi di euro: il resto, secondo i piani del governo, dovrebbe arrivare progressivamente da fondi europei, fondi nazionali e investimenti privati.

Il tema era da tempo al centro delle attese politiche, anche perché era stato lo stesso esecutivo -con Salvini in prima linea – ad annunciare interventi ambiziosi nei mesi scorsi, salvo poi non riuscire a trovare coperture concrete nella legge di bilancio 2025.

Piano Casa, il recupero degli alloggi popolari

Una parte consistente del provvedimento riguarda il recupero degli alloggi di edilizia popolare (ERP) oggi inagibili o comunque non assegnabili per mancanza di manutenzione, oltre alla riqualificazione degli immobili destinati all’edilizia sociale, che possono essere gestiti da enti pubblici o realizzati da privati e sono rivolti a chi supera i requisiti di reddito per le case popolari. Per coordinare questi interventi il decreto istituisce la figura di un commissario straordinario, che resterà in carica fino al 31 dicembre 2027. È previsto inoltre un nuovo “Fondo Housing Coesione”, con una dotazione iniziale di 100 milioni di euro, pensato per mettere insieme risorse pubbliche di diversa origine da destinare ai progetti di edilizia residenziale pubblica e sociale.

Tra le novità c’è anche la possibilità, per gli attuali assegnatari di case popolari, di acquistarle a determinate condizioni: una misura contestata dai sindacati degli inquilini, SUNIA in testa, secondo cui il rischio è quello di ridurre nel tempo la disponibilità di alloggi popolari a favore dell’edilizia sociale, che ha canoni più alti.

I progetti urbanistici misti: il nodo più controverso

La parte del decreto che ha suscitato più discussioni riguarda i cosiddetti progetti urbanistici misti: un meccanismo che obbliga i costruttori a realizzare, all’interno dello stesso intervento, sia alloggi a prezzi calmierati sia unità da vendere o affittare a prezzi di mercato. In cambio, le imprese ottengono procedure autorizzative più rapide e alcuni vantaggi economici indiretti, con le agevolazioni maggiori riservate a chi investe oltre un miliardo di euro (nella versione iniziale del decreto il vincolo riguardava solo capitali esteri, ma il limite è stato eliminato durante l’esame in commissione). Nel dettaglio, il testo impone che almeno il 70% dell’investimento complessivo sia destinato a edilizia convenzionata, con alloggi da vendere o affittare a prezzi inferiori almeno del 33% rispetto alla media di mercato della zona.

È proprio questo il punto su cui le associazioni dei costruttori hanno espresso le critiche più nette, temendo che simili vincoli rendano l’investimento poco sostenibile dal punto di vista economico per le imprese.

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