Una studentessa con disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) non ammessa all’esame di Maturità ha perso il ricorso contro la scuola dopo la decisione del Tar Lazio, che ha confermato la validità del giudizio espresso dal consiglio di classe dopo quasi sette anni di battaglia legale.
La decisione del Tar del Lazio, riportata oggi da diverse testate tra cui Sky TG24 e Il Messaggero, sta facendo discutere soprattutto per un principio ribadito con chiarezza dai giudici: il Piano Didattico Personalizzato (PDP) garantisce supporti e misure compensative, ma non modifica il livello di apprendimento richiesto allo studente.
La mancata ammissione della studentessa con DSA
La vicenda risale al giugno 2019. La ragazza, iscritta per la seconda volta alla quinta superiore, non era stata ammessa all’esame di Stato (noto anche come Maturità) dal consiglio di classe. La famiglia aveva quindi presentato ricorso, sostenendo che la scuola non avesse applicato correttamente il PDP previsto per gli studenti con DSA.
Secondo il ricorso, gli insegnanti avrebbero fissato più verifiche nello stesso giorno, limitato l’utilizzo di mappe e schemi, creato un ambiente poco sereno durante le interrogazioni e comunicato troppo tardi la gravità delle insufficienze.
La famiglia aveva inoltre chiesto un risarcimento per danni morali ed esistenziali.
Il Tar: “La scuola ha rispettato il PDP”
Il Tar del Lazio ha però respinto tutte le contestazioni. Secondo i giudici, il consiglio di classe aveva motivato correttamente la non ammissione evidenziando “gravi fragilità” nelle materie scientifiche e linguistiche, rimaste tali nonostante gli strumenti compensativi previsti durante l’anno scolastico.
Nella sentenza si sottolinea anche che la situazione fosse già nota alla famiglia: nel primo quadrimestre la studentessa aveva accumulato otto insufficienze e la scuola aveva successivamente aggiornato il PDP introducendo ulteriori agevolazioni, interrogazioni programmate ed esoneri parziali nelle lingue straniere.
Il punto centrale della decisione riguarda proprio il significato del Piano Didattico Personalizzato: secondo il Tar, il PDP serve a garantire pari opportunità attraverso strumenti compensativi e misure dispensative, ma non comporta criteri di valutazione differenti rispetto agli altri studenti.
In pratica: cambia il modo in cui lo studente viene supportato, ma non gli obiettivi finali richiesti.
DSA, un tema sempre più discusso nella scuola italiana
La sentenza sta facendo discutere perché tocca uno dei temi più delicati della scuola italiana contemporanea: il rapporto tra inclusione e valutazione.
Negli ultimi anni gli studenti con DSA sono aumentati costantemente nelle scuole italiane. Dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia non compromettono le capacità cognitive, ma richiedono strumenti specifici per garantire pari opportunità nel percorso di apprendimento. Il tema dell’applicazione corretta dei PDP è diventato centrale nel dibattito scolastico.
In questo caso però il Tar ha scelto una linea molto netta: il diritto agli strumenti compensativi non elimina la necessità di raggiungere gli obiettivi minimi richiesti dal percorso scolastico.
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