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Le smart city come nuovo campo di battaglia tecnologico

La diffusione di telecamere intelligenti, sensori e piattaforme digitali per la gestione dei servizi pubblici ha trasformato le infrastrutture urbane in sistemi complessi

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Nuove esplosioni a Teheran, capitale dell'Iran, dopo attacchi di Israele

Nuove esplosioni a Teheran, capitale dell'Iran, dopo attacchi di Israele | Pixabay @BornaMir - alanews

Alessandro Bolzani di Alessandro Bolzani

Mi chiamo Alessandro Bolzani e sono nato a Vigevano nel 1991. Sono un giornalista pubblicista e dal 2018 collaboro con l'agenzia media Alanews, per la quale ho curato la realizzazione di articoli per importanti realtà editoriali. Sono appassionato di scrittura creativa e nel 2024 ho pubblicato il romanzo urban fantasy "Cronache dei Mondi Connessi - I difensori del parco" con la casa editrice PAV Edizioni. Alcuni dei miei scritti sono stati pubblicati anche sulla rivista Weirdbreed.

Le città del futuro non sono solo laboratori di innovazione urbana. Sempre più spesso rappresentano anche un terreno di confronto tecnologico tra potenze globali. La diffusione di telecamere intelligenti, sensori e piattaforme digitali per la gestione dei servizi pubblici ha trasformato le infrastrutture urbane in sistemi complessi che possono avere implicazioni ben oltre la mobilità o l’efficienza energetica. Secondo Rosario Cerra, presidente del Centro Economia Digitale, il caso di Teheran dimostra quanto le cosiddette smart city possano diventare strumenti strategici anche nel campo della sicurezza e dell’intelligence.

Le infrastrutture digitali delle città come strumenti strategici

La vicenda che ha riportato l’attenzione su questo tema è legata all’uccisione della guida suprema iraniana Ali Khamenei, avvenuta in seguito a un attacco attribuito a Israele. L’episodio ha evidenziato come le tecnologie urbane possano svolgere un ruolo ben più ampio rispetto alle funzioni per cui sono state progettate. Telecamere del traffico, sensori distribuiti nelle strade e sistemi digitali di gestione dei servizi pubblici possono diventare strumenti preziosi per raccogliere informazioni strategiche.

Secondo Cerra, le infrastrutture digitali urbane rappresentano oggi una fonte di dati capace di offrire una visione estremamente dettagliata del funzionamento di una città. Non si tratta soltanto di migliorare il traffico o ridurre i consumi energetici: queste tecnologie possono essere sfruttate anche per monitorare comportamenti e movimenti su larga scala.

Il caso di Teheran e il controllo invisibile delle telecamere

Nel caso della capitale iraniana, uno degli aspetti più sorprendenti non riguarda solo la precisione dell’operazione militare. La vera sorpresa, secondo gli esperti di sicurezza, sarebbe emersa molto prima. Per anni, gran parte delle telecamere del traffico della città sarebbe stata compromessa, permettendo la trasmissione delle immagini verso server esterni.

Una situazione del genere consente di costruire quello che nel linguaggio dell’intelligence viene definito pattern of life: una ricostruzione continua dei ritmi quotidiani di una città, dei flussi di traffico e dei movimenti delle persone. Quando si dispone di una mappa così dettagliata, qualsiasi variazione rispetto alla normalità può diventare immediatamente visibile.

Smart city: tecnologia utile ma potenzialmente invasiva

Le città intelligenti sono nate con obiettivi ben precisi: rendere più efficienti i servizi urbani, migliorare la sicurezza e ottimizzare l’uso delle risorse. Semafori intelligenti, sensori energetici e sistemi integrati di gestione dei dati promettono una città più sostenibile e organizzata.

Tuttavia, la stessa infrastruttura può avere applicazioni molto diverse. Una telecamera installata a un incrocio non registra soltanto il traffico: può individuare volti, comportamenti ricorrenti o anomalie nei movimenti. Collegata a sistemi di riconoscimento facciale e analisi dei dati, diventa un nodo di raccolta informativa estremamente potente. Moltiplicando questa capacità per migliaia di dispositivi distribuiti nello spazio urbano, il risultato è una piattaforma di sorveglianza continua.

Il rischio nascosto nelle infrastrutture tecnologiche

Secondo Cerra, il rischio non riguarda soltanto gli attacchi informatici esterni. In alcuni casi la vulnerabilità può essere incorporata direttamente nella tecnologia utilizzata. Se un’azienda che produce sistemi di videosorveglianza o reti digitali è soggetta alla legislazione di un determinato Paese, potrebbe essere obbligata a collaborare con le autorità di intelligence di quello Stato.

Il caso più citato è quello della Cina, dove una legge sull’intelligence del 2017 impone alle imprese di cooperare con le attività dello Stato. Questo obbligo riguarda tutte le aziende soggette alla giurisdizione cinese, indipendentemente da dove vengano installate le loro tecnologie.

Le aziende globali della videosorveglianza urbana

Negli ultimi anni alcune aziende cinesi sono diventate protagoniste del mercato globale delle infrastrutture urbane. Tra queste figurano Huawei, Hikvision, ZTE e Dahua Technology, che hanno installato sistemi di sicurezza e videosorveglianza in oltre cento Paesi.

In molte città queste tecnologie costituiscono la spina dorsale dei sistemi di controllo urbano e possono essere gestite anche da remoto. Questo aspetto solleva interrogativi sulla sicurezza dei dati e sulla possibilità che informazioni sensibili possano essere accessibili anche al di fuori dei confini nazionali.

La tecnologia come fattore geopolitico

Nel rapporto sulla cosiddetta High-Tech Economy, il Centro Economia Digitale sottolinea come la tecnologia non sia più soltanto un supporto allo sviluppo economico. Oggi rappresenta un elemento centrale nella competizione tra Stati.

Le infrastrutture digitali delle città sono un esempio concreto di questo cambiamento. Sensori, reti di connettività e piattaforme di gestione dei dati formano un sistema che raccoglie informazioni preziose su come funziona una nazione: dalle abitudini dei cittadini fino ai punti di vulnerabilità delle infrastrutture.

Il concetto di dual use entra nelle città

La tecnologia a “doppio uso”, cioè utilizzabile sia in ambito civile sia militare, non è una novità. In passato riguardava settori come l’aerospazio o la crittografia. Oggi però questa logica si estende a tecnologie diffuse nella vita quotidiana.

Semafori intelligenti, sistemi di parcheggio, sensori negli ospedali o nelle stazioni possono diventare strumenti utili anche in ambito di sicurezza. In questo scenario, il confine tra infrastruttura civile e sistema strategico si fa sempre più sottile.

Le amministrazioni locali spesso sottovalutano il rischio

Uno dei problemi principali riguarda la consapevolezza delle amministrazioni pubbliche. Molti comuni acquistano sistemi di videosorveglianza o piattaforme digitali pensando di compiere una semplice scelta tecnica o economica.

In realtà, secondo Cerra, queste decisioni possono avere implicazioni di sicurezza nazionale. Non sempre però gli enti locali possiedono le competenze o i strumenti normativi per valutare il rischio geopolitico legato alla tecnologia adottata.

I primi divieti internazionali sulle tecnologie sensibili

Negli ultimi anni diversi Paesi hanno iniziato a limitare l’uso di alcune tecnologie considerate sensibili. Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno vietato l’acquisto federale di dispositivi prodotti da Hikvision e Dahua.

Anche Australia ha rimosso alcune telecamere da edifici governativi ritenuti strategici, mentre il Regno Unito ha imposto l’uscita di Huawei dalle proprie reti 5G. Parallelamente, India ha rafforzato i controlli sulle telecamere importate.

La sfida europea: costruire una sovranità tecnologica

Secondo Cerra, per l’Europa non basta limitarsi a vietare tecnologie considerate rischiose. Il vero obiettivo dovrebbe essere la costruzione di un ecosistema industriale capace di offrire alternative credibili.

L’Europa dovrebbe passare da semplice mercato di tecnologie sviluppate altrove a protagonista nella progettazione di infrastrutture digitali urbane. Ciò significa puntare su architetture aperte, sistemi verificabili da audit indipendenti e modelli di governance trasparenti.

Tre priorità per la sicurezza delle smart city

Per affrontare il problema, Cerra indica tre ambiti di intervento. Il primo riguarda il quadro normativo: le gare pubbliche per la videosorveglianza urbana dovrebbero includere criteri di valutazione legati al rischio geopolitico, analoghi a quelli adottati per il 5G.

Il secondo riguarda la progettazione tecnica delle infrastrutture. I sistemi di smart city dovrebbero essere sviluppati secondo il principio di security by design, con cifratura dei dati, separazione delle reti e controllo sulla localizzazione delle informazioni.

Il terzo riguarda la strategia industriale: l’Europa deve investire nella creazione di capacità tecnologiche proprie invece di limitarsi a escludere i concorrenti.

Il paradosso delle città sempre più connesse

Le smart city rappresentano uno dei simboli del progresso tecnologico contemporaneo. Tuttavia, più una città diventa connessa e integrata, più aumenta il livello di trasparenza delle sue attività.

In un contesto geopolitico complesso, questa trasparenza può trasformarsi in una vulnerabilità. L’esperienza di Teheran mostra come gli strumenti progettati per migliorare la vita urbana possano diventare, nelle mani sbagliate, una fonte di informazioni strategiche. E in alcuni casi il problema potrebbe non essere un attacco informatico esterno, ma una porta lasciata aperta dall’interno del sistema.

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