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Omicidio Rogoredo, l’avvocato di Cinturrino: “Ammette le responsabilità, ha agito per paura”

L’interrogatorio in carcere dell’agente Cinturrino getta nuova luce sull’omicidio di Rogoredo: emergono dettagli su paura, tentativi di depistaggio e indagini ancora aperte

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Alessia Arrigo di Alessia Arrigo

Nata in pianura padana nel 1999, siciliana nel sangue. Appassionata di cronaca, ho iniziato a scrivere per i quotidiani locali La Gazzetta della Martesana e La Gazzetta dell'Adda nel 2023, seguendo i principali avvenimenti del territorio. Da Giugno 2025 mi occupo di notizie di interesse nazionale per l'agenzia media Alanews

Milano, 24 febbraio 2026 – Proseguono le indagini e le vicende processuali legate all’omicidio di Abderrahim Mansouri, il pusher 28enne ucciso il 26 gennaio scorso nel boschetto di Rogoredo da un colpo di pistola sparato dall’assistente capo di polizia Carmelo Cinturrino. Oggi, nel carcere di San Vittore, è avvenuto l’interrogatorio dell’agente, alla presenza del suo legale, l’avvocato Piero Porciani, che ha rilasciato dichiarazioni sulla posizione del suo assistito.

Le ammissioni di Cinturrino: paura e pentimento

immagine

All’ingresso dell’interrogatorio, Porciani ha riferito che Cinturrino ha ammesso le sue responsabilità e si è mostrato pentito, soprattutto per la gestione successiva dei fatti. L’agente ha spiegato di aver sparato perché “ha avuto paura” quando Mansouri si è messo la mano in tasca, senza sapere se si trattasse di una pistola, un coltello o altro. Porciani ha sottolineato: “A 30 metri è chiaro che anche se avesse voluto colpire Mansouri non ci sarebbe riuscito con le armi che gli agenti hanno in dotazione”. Inoltre, ha fatto sapere che sia lui che la madre di Cinturrino si sono recati in chiesa a pregare per la vittima e la sua famiglia.

Tuttavia, dalle indagini è emerso che l’agente ha cercato di coprire l’omicidio con una messinscena, posizionando accanto al corpo di Mansouri una pistola giocattolo con solo il suo Dna, nella speranza di giustificare lo sparo. Questo particolare è stato svelato grazie a una foto scattata dallo stesso Cinturrino prima dell’arrivo dei soccorsi, e alla testimonianza di un tossicodipendente afghano che assistette alla scena e confermò che Mansouri impugnava una pietra e non un’arma.

La ricostruzione degli eventi e le indagini

Il racconto degli agenti presenti è mutato radicalmente dopo quasi un mese: inizialmente avevano sostenuto che Mansouri fosse armato, ma poi, sotto pressione delle prove, hanno ammesso che l’uomo non aveva una pistola. Un altro testimone, contattato da Mansouri al momento dello sparo, ha confermato la dinamica.

Le analisi della Scientifica hanno confermato che sulla pistola giocattolo sono presenti unicamente le tracce biologiche di Cinturrino, mentre l’autopsia ha rilevato che Mansouri è stato colpito mentre fuggiva, con la testa girata leggermente a sinistra. L’esame, effettuato dall’anatomopatologa Cristina Cattaneo, non ha confermato né la legittima difesa né un omicidio volontario, motivo per cui sono ancora in corso ulteriori accertamenti, tra cui una consulenza balistica.

Gli inquirenti hanno evidenziato un quadro allarmante, segnalando che Cinturrino avrebbe agito “con coscienza e lucidità” e potrebbero esserci rischi per la sicurezza pubblica. Il fermo dell’agente è stato disposto dal pm Giovanni Tarzia e dal procuratore Marcello Viola, mentre il capo della polizia Vittorio Pisani ha definito Cinturrino “un delinquente”.

Nel frattempo, la figura di Abderrahim Mansouri è stata ricostruita dagli investigatori: appartenente a un clan noto nel quartiere Corvetto, con precedenti per spaccio e altri reati, Mansouri era considerato un “quadro” nella rete dello spaccio milanese, con una lunga storia di fughe e arresti che lo avevano portato anche al carcere di Cremona.

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