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Corte penale internazionale: “Italia non garantisce piena cooperazione nel caso Almasri, chiesti chiarimenti”

La Corte penale internazionale critica la gestione italiana del caso Almasri, evidenziando carenze nella cooperazione e chiedendo chiarimenti su decisioni e procedure adottate

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Almasri | Alanews

Marco Viscomi di Marco Viscomi

Nato a Milano nel 1991, sono laureato in Lettere moderne presso l'Università Cattolica di Milano. Collaboro come giornalista con Sprint e Sport dal 2024 e Alanews dal 2025. Allenatore di calcio nel tempo libero, le mie più grandi passioni sono lo sport, il cinema, il gaming e la musica

Bruxelles, 18 ottobre 2025 – La Corte penale internazionale (Cpi) ha reso noto che l’Italia non ha rispettato i propri obblighi di cooperazione riguardo al caso di Osama Almasri Njeem, il generale libico arrestato in Italia con mandato internazionale e poi rimpatriato in Libia senza il consenso della Corte. Le tre giudici della camera preliminare I de L’Aja, all’unanimità, hanno stigmatizzato la mancata diligenza del governo italiano nell’esecuzione della richiesta di arresto e consegna, sottolineando l’assenza di interlocuzione preventiva con la Corte stessa.

Le violazioni dell’Italia secondo la Corte penale internazionale

Nel documento ufficiale pubblicato dalla Cpi si evidenzia come l’Italia non abbia utilizzato “tutti i mezzi ragionevoli a sua disposizione” per ottemperare alla richiesta di cooperazione. Il governo italiano avrebbe giustificato il rimpatrio di Almasri con motivi di sicurezza e rischio di ritorsioni, ma la Corte ha giudicato queste spiegazioni “molto limitate“, sottolineando in particolare l’opacità nella decisione di trasferire il detenuto in aereo verso la Libia senza consultare la Corte o tentare di risolvere eventuali difetti procedurali.

Le giudici, presiedute da Iulia Motoc e affiancate da Reine Alapini-Gansou e Maria del Socorro Flores Liera, hanno inoltre osservato che questioni di diritto interno non possono giustificare una mancata collaborazione con la Cpi, rigettando così le argomentazioni italiane. Nonostante la gravità della violazione, la camera preliminare ha deciso a maggioranza – con dissenso di Flores Liera – di concedere al governo una proroga fino al 31 ottobre per fornire chiarimenti circa i procedimenti interni aperti, tra cui l’indagine che coinvolge la premier Giorgia Meloni, i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano.

Il contesto e le criticità procedurali nel caso Almasri

Il caso Almasri ha avuto origine dalla richiesta di arresto emessa dalla Cpi il 18 gennaio 2025, trasmessa lo stesso giorno all’Italia e ad altri cinque Stati parte dello Statuto di Roma. Il sospettato, accusato di crimini di guerra e contro l’umanità per le azioni compiute in Libia a partire dal 2015, è stato arrestato a Torino il 19 gennaio 2025. Tuttavia, la Corte d’Appello di Roma ha disposto la scarcerazione per “irritualità” dell’arresto, data la non ottemperanza dei passaggi previsti dalla legge italiana 237/2012, in particolare il mancato coinvolgimento diretto del Ministero della Giustizia e la mancata trasmissione degli atti alla Procura generale. Il successivo rimpatrio di Almasri in Libia, effettuato con un volo di Stato e senza alcuna preventiva comunicazione alla Cpi, ha aggravato la posizione dell’Italia.

Secondo il procuratore capo della Cpi, Karim Khan, il governo italiano ha deliberatamente mancato di collaborare, esponendo vittime, testimoni e famiglie a potenziali gravi danni. La mancata perquisizione e la liberazione del sospettato hanno compromesso seriamente la capacità della Corte di indagare a fondo sulla rete criminale libica e di ottenere prove fondamentali.

Il procedimento interno e le indagini avviate in Italia coinvolgono figure apicali del governo, mentre la Corte penale internazionale mantiene alta l’attenzione sul rispetto degli obblighi di cooperazione internazionale, indispensabile per la lotta ai crimini contro l’umanità e per la credibilità delle istituzioni giuridiche globali.

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