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Sgombero Leoncavallo, cittadini divisi: “Scelta storica, ma serviva dialogo”

Lo storico centro sociale chiude dopo 31 anni in via Watteau: tra polemiche, reazioni contrastanti e accuse di scarsa comunicazione, si riapre il dibattito sugli spazi autogestiti.

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Riccardo Sciannimanico di Riccardo Sciannimanico

Mi chiamo Riccardo Sciannimanico e sono nato a Pavia nel 1996. Sono un aspirante giornalista e da aprile 2024 collaboro con l'agenzia media Alanews, per la quale realizzo video e articoli ripresi anche dai principali editori italiani e stranieri. Sono appassionato di cinema e storytelling, ambito nel quale mi sono formato per massimizzare la resa nel mio lavoro

Milano, 22 agosto 2025 – Nella prima mattinata di ieri, giovedì 21 agosto, la città di Milano ha vissuto un evento di forte impatto sociale e culturale: lo sgombero del Leoncavallo, storico centro sociale autogestito che ha rappresentato un punto di aggregazione e di attivismo per oltre tre decenni. L’operazione, condotta da polizia e carabinieri, ha posto fine a 31 anni di occupazione in via Watteau, sebbene le origini del centro risalgano al 1975, quando fu fondato in un edificio di via Leoncavallo.

Un luogo simbolo di cultura e attivismo

Il Leoncavallo è stato da sempre un luogo di riferimento per gruppi giovanili, attivisti, artisti e militanti extraparlamentari. Nato come spazio di controcultura e lotta sociale, ha ospitato numerose iniziative culturali, corsi per migranti e attività di aggregazione. Nel corso degli anni, il centro ha avuto una funzione importante nella vita di quartiere e nella scena musicale indipendente milanese, contribuendo a far emergere gruppi oggi riconosciuti a livello nazionale.

L’operazione di sgombero si è svolta in un momento particolarmente simbolico, coincidente con il 50esimo anniversario dalla nascita dello spazio autogestito. La struttura, al momento dell’intervento, è stata trovata vuota, circostanza che ha alimentato il dibattito pubblico.

Opinioni contrastanti tra i cittadini e intervento del sindaco

La reazione dei milanesi allo sgombero è stata variegata e spesso contraddittoria. Alcuni cittadini, pur non avendo mai frequentato il centro sociale, ne riconoscono il valore culturale e sociale: “C’erano corsi per migranti e diverse attività – racconta un signore – forse non pagavano l’affitto, ma si poteva trovare un accordo diverso con la giunta”. Altri invece esprimono critiche dure, sostenendo che “l’operazione andava fatta prima” e che il centro “non favoriva lo sviluppo della zona”.

Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha sottolineato l’importanza delle iniziative di aggregazione portate avanti dal Leoncavallo, ma ha anche evidenziato “un comportamento poco corretto” da parte della Prefettura nel non averlo informato tempestivamente dell’operazione, avvertito solo la mattina stessa dello sgombero. La mancata comunicazione ha suscitato polemiche, con alcuni passanti che l’hanno interpretata come una mossa politica avvenuta “in pieno agosto, quando la gente è via”.

Tra le critiche si è inserito anche il riferimento alle tensioni politiche nazionali, con alcuni passanti che hanno associato lo sgombero a una strategia del Ministro dell’Interno, facendo paralleli con la gestione del campo rom di via Selvanesco.

Non sono mancati però i sostenitori dell’intervento, che ritengono lo sgombero necessario per porre fine a una situazione irregolare e ritenuta fonte di disordine: “Facevano casino, era ora”, ha commentato una donna, mentre un altro cittadino ha aggiunto che il centro non era “propenso allo sviluppo della zona”.

Lo sgombero del Leoncavallo segna dunque un momento di svolta per Milano, città che da sempre vive le contraddizioni di spazi sociali autogestiti e le sfide legate alla gestione dell’ordine pubblico e della rigenerazione urbana.

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