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Oltre l’hype, cosa si nasconde nel cuore del Dubai Chocolate?

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Dubai chocolate

Pexels - alanews

Nicoletta Totaro di Nicoletta Totaro

Mi chiamo Nicoletta Totaro e sono nata ad Atessa, un piccolo paese tra il mare e le montagne abruzzesi, nell’agosto del 2001. Subito dopo il diploma, mi sono trasferita a Milano per intraprendere gli studi universitari con l’obiettivo di costruire una carriera nel campo del giornalismo. Durante il mio percorso accademico, ho collaborato con diverse realtà editoriali, iniziando nel settore dell’arte e della produzione di podcast, per poi avvicinarmi alla cronaca. Dal 2023, collaboro come videogiornalista con l'agenzia media Alanews. Parallelamente, sto completando gli studi magistrali in Politics, Philosophy and Public Affairs, durante i quali ho avuto l’opportunità di trascorrere un semestre in Germania

Muffa e contaminanti ai limiti UE, la ricerca dell’ufficio statale CVUA di Stoccarda mette in guardia sui rischi per la salute e le truffe ai danni dei consumatori

Una ricerca condotta dagli uffici statali di ispezione chimica e veterinaria CVUA di Stoccarda, Friburgo e Sigmaringen, incaricati della supervisione della qualità e sicurezza dei prodotti in commercio, svela il lato nascosto del lussuoso cioccolato originario di Dubai diventato virale negli ultimi mesi dell’anno passato.

È soprattutto il cuore ripieno a rendere speciale questo cioccolato: pistacchi tritati e crema di pistacchio, fili di pasta kataifi croccanti e salsa tahina al sesamo. Il Dubai Chocolate è diventato un vero e proprio status symbol, venduto a prezzi esorbitanti, dieci volte più alti rispetto alle normali barrette. Ora, il famigerato cioccolato è al vaglio dei ricercatori, non solo per la presenza di sostanze incolori e insapori potenzialmente tossiche, ma anche per sospetti di frodi riguardanti la veridicità degli ingredienti utilizzati.

Lo scorso dicembre, il CVUA di Stoccarda ha riportato che tutte e otto le barrette analizzate in laboratorio contenevano coloranti e allergeni non dichiarati. I campioni provenivano da prodotti importati dall’estero, e non realizzati da pasticceri locali: cinque dagli Emirati Arabi Uniti e tre dalla Turchia.

Di questi, cinque sono risultati non conformi al codice alimentare stabilito dal regolamento UE 2023/915, a causa di un superamento quasi doppio dei limiti massimi di contaminanti, quali grassi glicemici, 3-MCPD (3-monocloropropandiolo) e micotossine. Il regolamento include anche l’olio di palma, uno dei “nemici” più discussi dei nostri tempi. Secondo gli esperti, in condizioni di alta umidità durante la racconta o lo stoccaggio, soprattutto se di scarsa qualità, può sviluppare contaminanti come esteri glicidilici e 3-MCPD. Tracce di queste ultime sostanze sono state rilevate in sei prodotti, mentre nel ripieno di un campione è emerso un livello significativo di aflatossina-B1, una micotossina con potenziale cancerogeno prodotta da funghi del genere Aspergillus. Attualmente, la CVUA di Sigmaringen sta svolgendo ulteriori indagini sulle creme al pistacchio e sulla salsa di sesamo per gli effetti dannosi sul fegato causati dalle tracce di muffa.

Un altro dato rilevante riguarda la constatazione della presenza di coloranti sintetici non dichiarati nelle decorazioni e nei ripieni. In sette campioni su otto sono stati trovati coloranti azoici, come E122 (azorubina) ed E129 (rosso allura AC), noti per il loro potenziale impatto sull’attenzione e sull’attività dei bambini. Due prodotti degli Emirati contengono un ripieno di pistacchio rossastro, mentre altri usano coloranti verdi E140/E141 a base di clorofilla. Sulle confezioni prodotte in Turchia, invece, viene omessa la presenza di sesamo, un allergene che deve essere dichiarato tra gli ingredienti secondo il Regolamento UE 2011/1169.

Oltre ai coloranti, lo studio CVUA ha rilevato anche pratiche che mirano a conferire un’immagine di alta qualità, ma che rappresentano un “chiaro inganno al consumatore”. Già nei mesi precedenti alla pubblicazione della ricerca, il portale tedesco Watson aveva condiviso un’analisi sulla scarsa sostenibilità della coltivazione dei pistacchi, che richiede un’enorme quantità di acqua. Il fatto che la crema al pistacchio sia più costosa del cioccolato suggerisce che i prodotti più economici contengano spesso una bassa percentuale di pistacchio. Nel test del gusto di CVUA, il sapore del “pregiato” e costoso ingrediente non è emerso, sollevando il sospetto di pistacchi di qualità inferiore, o addirittura avariati.

Un’altra scoperta preoccupante riguarda i cinque prodotti dagli Emirati che non contenevano burro di cacao, ma grassi vegetali. A livello UE, esiste una direttiva specifica per i prodotti a base di cacao secondo cui quelli con grassi vegetali diversi dal burro di cacao non possono essere considerati cioccolato. Tale etichettatura errata potrebbe ingannare i consumatori, facendo percepire il prodotto come di qualità superiore rispetto a quanto effettivamente è.

D’altra parte, tra dicembre 2024 e gennaio 2025, anche l’organizzazione tedesca per la tutela dei consumatori Stiftung Warentest ha analizzato sei campioni di cioccolato di Dubai (due dagli Emirati e quattro da Paesi Bassi, Turchia e Germania), riscontrando che tutti contenevano cioccolato vero e una percentuale di pistacchi non superiore al 20%.

Alla luce di questi risultati, gli esperti sottolineano l’importanza di un rigoroso controllo qualità delle materie prime. Il cioccolato di Dubai, presentato come prelibatezza di lusso e raffinata qualità, sembra rivelarsi un prodotto da evitare. La ricerca della CVUA di Stoccarda non si ferma qui; l’Ufficio ha già comunicato che sono in corso indagini su ulteriori campioni.

Articolo di Nicoletta Totaro

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